L’idea della libertà dei servi circola con sempre maggiore insistenza nell’opinione pubblica. Ernesto Galli della Loggia ha additato il servilismo che pervade il PdL quale causa principale dei recenti disastri elettorali: “È stata l’obbedienza – pronta cieca e assoluta – il veleno che ha ucciso il Pdl. O meglio che, inoculato nel suo corpo fin dall’inizio, fin dall’inizio gli ha impedito di esistere veramente come partito. Bisognava obbedire a Berlusconi, questa la regola: dargli sempre ragione, o perlomeno non azzardarsi mai a criticarlo esplicitamente e con una certa continuità” (Il Corriere della Sera, 2 giugno 2011).
In un partito politico l’obbedienza è necessaria, ma, chiarisce l’editorialista, quando è sproporzionata diventa “micidiale”. E spiega che l’eccessiva obbedienza dei dirigenti del Pdl deriva dal fatto che essi “erano convinti e/o consapevoli che i voti, alla fine, li portava solo Berlusconi. Solo lui: con i suoi soldi, le sue televisioni, il suo carisma. Tutto il resto, a cominciare dalla loro personale qualità umana e politica, agli occhi dell’elettorato sarebbe contato insomma poco o nulla, e dunque per i disobbedienti non c’era alcun futuro”.
L’argomento coglie bene la natura servile del rapporto che lega i berlusconiani al loro capo: una servitù non imposta da nessuno, e quindi volontaria, la libertà dei servi, appunto. Galli della Loggia individua anche che un sistema siffatto porta alla promozione dei peggiori e dunque all’inevitabile declino del partito.
Ma è ancora troppo poco, e troppo tardi. Troppo poco perché l’articolo non chiarisce che all’origine del servilismo c’è il potere enorme di Berlusconi con la sua possibilità di corrompere, distribuire benefici e affascinare. Il problema, e non tanto per il Pdl, ma per la libertà italiana, sta proprio nell’esistenza di quel potere. In altre parole: quel che Berlusconi dice o fa conta poco, è l’esistenza stessa del suo potere enorme che rappresenta una minaccia mortale (sia detto senza enfasi) per la libertà degli italiani. Se un potere come quello di Berlusconi l’avessero, poniamo, Rosy Bindi o Nichi Vendola, non cambierebbe nulla.
Troppo tardi perché la natura devastatrice del potere berlusconiano è stata ampiamente denunciata da molti anni, ad esempio da Norberto Bobbio, quando nel Dialogo intorno alla repubblica, e prima ancora, ha parlato di Forza Italia come partito personale. Come mai ci si accorge solo ora, e in modo parziale, di cos’è il partito di Berlusconi? Bastava conoscere l’abc del liberalismo e del realismo per capire e per cercare di evitare all’Italia la vergogna che abbiamo vissuto e viviamo.
Mentre Galli della Loggia rileva gli aspetti negativi del servilismo, Giuliano Ferrara, lo stesso 2 giugno (povera Repubblica!) esalta i servi liberi e forti: “Questo è un appello ai servi liberi e forti di una fantastica stagione politica che non merita di avvizzire così”. Non traggano in inganno le parole. I “servi liberi e forti di una fantastica stagione politica” sono i servi di Berlusconi in virtù del fatto che, come spiega Ferrara, stagione politica=Berlusconi: “E nella storia italiana di questi anni non c’è altro qualcosa che il qualcuno, Berlusconi. Girarci intorno è prendersi per il culo”.
Un’idea originale, quella dei servi liberi e forti, non c’è alcun dubbio. Per secoli i migliori scrittori politici liberali e repubblicani hanno condannato la servitù volontaria come il modo più spregevole di rinunciare alla dignità propria degli esseri umani. Ferrara invece la esalta, e chiama addirittura i liberi servi “forti”. Intende di sicuro forti di stomaco per poter digerire il marcio che emanano il signore e i cortigiani, non la forza morale di chi rifiuta prebende e vantaggi per non farsi servo di nessuno.
Il Fatto Quotidiano, 10 giugno 2011













