C’erano una volta gli anni Sessanta a Bologna. Raffaella Carrà che prende la patente, i Rolling Stones assediati dai fan, Lucio Dalla in versione privata, Jean Paul Sartre tiene una lezione in clandestinità, Hitchcock al museo civico, Dozza, Fanti e Zangheri amorevolmente insieme: tutti rigorosamente in primo piano, o piano americano, raccolti in uno straordinario volume che esce la prossima settimana, nonché esposti da sabato 11 giugno a Palazzo d’Accursio di Bologna, fino a luglio inoltrato.

Certo, non sono solo visi e corpi di grandi personaggi ad essere ritratti (ce ne sono un’infinità). In questa memorabile galleria di scatti compaiono luoghi, spazi e frammenti curiosi di una città che solo cinquant’anni fa sembrava un altro mondo: l’ultimo tram che viene pensionato, la centrale nucleare di Montecuccolino, l’inaugurazione dell’autostrada del Sole, la costruzione del quartiere Fiera, le prime case del Pilastro, la scudetto del ’64 che viene cucito sulle magliette dei giocatori.

“Siamo partiti raccogliendo le foto che ritraevano le centinaia e centinaia di manifestazioni di piazza che negli anni ’60 erano tantissime e su temi diversi”, racconta il curatore Gilberto Veronesi, titolare dell’associazione Ufo, “poi in collaborazione con l’Archivio Storico dell’Università di Bologna ci siamo allargati raccogliendo centinaia di scatti da collezioni private: l’archivio Walter Breveglieri, l’archivio Luciano Leonesi, le foto di Piero Casadei, di Luciano Nicolini, dell’archivio della fondazione Parri, della fondazione Gramsci e tanti altri”.

Bologna e gli anni Sessanta, edito da Camera Chiara Edizione, è un libro di centoquaranta pagine pieno di memorabilia dove sbucano Padre Marella e il pugile Cavicchi, arrotini e operai, piazze e ristoranti. “Al di là di una certa dose di nostalgia, abbiamo costruito questo volume cercando di far capire ai giovani di oggi cosa succedeva in quegli anni”, afferma Veronesi, “perché ci sono periodi che non sono uguali agli altri e gli anni ’60 sono estremamente particolari. In quel decennio è successo di tutto e tutto, si pensava allora, poteva succedere”.

Le foto di Bologna anni Sessanta piombano come un parente prossimo e nobile di una fotografia odierna, fatta di telefonini e macchine digitali pronte a qualsiasi tipo di scatto, piacere istantaneo, fugace, talvolta da cancellare con un colpo di clic: “nel 2000 con l’affermazione definitiva del digitale è cambiato il modo di fare foto. Walter Breveglieri all’epoca lavorava con macchine fotografiche 6 X 6 con rulli da dodici negativi e tornava in laboratorio con decine di rulli. Oggi, invece, dodici scatti si fanno in un secondo. L’analogico era come una gelosa custodia, quasi alchemica, della fotografia. Ricordo i fratelli Miani che per l’ultimo bagno dei negativi usavano fiele di bue”.