Venezia, Isola di San Clemente. All’annuale workshop del Consiglio per le relazioni tra Italia e Stati Uniti, c’è nostalgia dei bei tempi andati, quando i rapporti transatlantici tenevano banco e facevano titolo sui giornali. Generazioni d’ambasciatori presso la Nato o degli Usa a Roma e d’Italia a Washington constatano che, oggi, la visita in Europa d’un presidente degli Stati Uniti è poco più d’una ‘photo opportunity’: Barack Obama la scorsa settimana ha compiuto una missione anodina con tappe ‘elettorali’ a Dublino e Varsavia per corteggiare il voto etnico irlandese e polacco in vista delle presidenziali 2012. Vuoi mettere quando c’erano da installare gli euromissili, o da invadere l’Iraq o da combattere guerre a colpi di dazi…

Ma c’è pure chi, meno nostalgico, nota che forse è meglio così: oggi, America ed Europa non hanno veri e propri contenziosi commerciali, militari, politici; e non hanno più neppure un nemico comune – il comunismo è stato sconfitto e il terrorismo, dopo l’uccisione di Osama bin Laden, è impalpabile e impersonale. Restano, invece, valori comuni forti: la libertà, la democrazia, i diritti dell’uomo, la volontà di realizzare società aperte. E resta l’interesse reciproco a cercare insieme risposte a situazioni che sollecitano Washington e le capitali d’Europa: la primavera araba, la pace che non si fa tra israeliani e palestinesi, l’ascesa della Cina e dei Bric, l’uscita dalla crisi e la globalizzazione. Mi torna tutto. Solo un punto mi resta oscuro: ma se Obama è venuto qui a cercare il voto etnico, perché non è passato in Italia a blandire decine di milioni d’italo-americani? Forse Mr B. ne sa qualcosa…