Tutt’altro che «in grado di tornare in Yemen entro pochi giorni». Sarebbero molto più gravi di quanto finora creduto le condizioni di salute del presidente yemenita Ali Abdullah Saleh, ricoverato da quattro giorni in Arabia Saudita per le ferite riportate nell’attacco alla sua residenza, lo scorso 2 giugno.

Secondo fonti vicine al presidente, riportate dall’emittente britannica BBC, Saleh avrebbe ustioni sul 40 per cento del corpo, tra cui il torace e il viso, un’emorragia cerebrale e una scheggia di circa 7 centimetri a pochissima distanza dal cuore.

Le notizie della BBC confermano quanto già rivelato dall’ambasciata statunitense a Sana’a, la capitale dello Yemen, all’Associated Press. Secondo queste informazioni, non confermate ufficialmente, Saleh sarebbe in condizioni di salute molto più critiche rispetto a quanto sostenuto ieri dal vicepresidente yemenita Abd-Rabbu Mansour Hadi e dal viceministro dell’informazione, che aveva detto che Saleh «si stava riprendendo» e sarebbe tornato nel paese.

Si rafforza, a questo punto, l’ipotesi che Saleh, al potere da 33 anni, possa opportunamente rimanere in Arabia Saudita ben oltre le due settimane originariamente previste per la sua convalescenza. Facilitando così la ricerca di una soluzione politica alla crisi innescata dall’inizio delle proteste contro il regime, alla fine di gennaio di quest’anno.

A Sana’a nei giorni scorsi ci sono state scene di giubilo e feste nelle strade quando si è sparsa la notizia del ferimento del presidente e del suo ricovero in Arabia Saudita. Ieri era anche tornata una relativa calma, dopo due settimane di scontri che avevano causato centinaia di morti e costretto migliaia di persone a lasciare la capitale.

Il segretario di stato statunitense Hillary Clinton ha ripetuto ancora una volta che «una transizione immediata è nell’interesse dei cittadini yemeniti». Le ha fatto eco Lady Catherine Ashton, capo del Servizio di azione esterna dell’Unione Europea, che ha espresso la speranza che Saleh possa consentire al suo paese «di fare un passo avanti».

La calma, però, non sembra ancora preludere a un accordo tra i fedelissimi di Saleh e l’opposizione che fa capo alla potente confederazione tribale degli al-Ahmar. L’opposizione ieri ha lanciato un’offerta al vicepresidente, chiedendo che sia lui a discutere una transizione pacifica del governo e la fine del governo autocratico di Saleh. Oggi Hadi ha respinto questa offerta come «ridicola» e ha ripetuto che non ci saranno trattative fino a quando Saleh non sarà tornato nel paese. Lo stesso Hadi, però, lunedì aveva incontrato l’ambasciatore statunitense e non è escluso che siano proprio alcuni tra i più stretti collaboratori del presidente ad aver fatto conoscere le sue vere condizioni di salute. L’impressione è che Hadi sia stretto tra le pressioni internazionali (saudite e statunitensi in primis) per una transizione controllata ma rapida e quelle interne. A partire dai figli e dai nipoti di Saleh, che sono collocati in posti chiave dello stato, come il comando delle truppe della Guardia Repubblicana e i vertici dei servizi segreti.

Lo stallo, insomma, è ancora lontano da una soluzione. Anche perché se pure a Sana’a la tregua regge, in altre zone del paese si combatte. Secondo l’AFP, per esempio, alcune centinaia di ribelli hanno sottratto la seconda città del paese Taiz alle forze governative, che rimarrebbero asserragliate solo in alcuni palazzi. Nel porto petrolifero di Zinjibar, poi, ci sarebbero stati scontri tra presunti membri di Al Qaeda nella Penisola arabica e l’esercito yemenita, che ha affermato di aver ucciso una trentina di jihadisti, incluso un capo locale. La tv di stato saudita, inoltre, ha riferito che tre guardie di frontiera sarebbero state uccise da un gruppo di persone armate che ha forzato il confine tra il regno e lo Yemen. Il tipo di notizie che i Saud potrebbero usare per forzare il ferito Saleh ad accettare di rimanere in un esilio dorato, senza fare più ritorno nel suo paese.

di Joseph Zarlingo – Lettera22