Quando, poco più di una settimana fa, il presidente nigeriano Goodluck Jonathan nel suo discorso di investitura aveva promesso una lotta senza quartiere alla corruzione, pochi tra gli osservatori politici del suo paese e internazionali lo avevano preso sul serio. Perché in Nigeria, il più popoloso paese africano, ottavo esportatore mondiale di greggio, la corruzione è un problema antico, da cui nessuna forza politica o personaggio autorevole può considerarsi del tutto immune. Lo stesso Jonathan, già vicepresidente con il defunto Umaru Yar’Adua, ha subito molte volte accuse di corruzione sia da parte dei suoi oppositori che dall’interno del suo partito, il People’s Democratic Party.

E invece, ieri, uno degli uomini politici più potenti del paese, Dimeji Bankole, è stato arrestato dagli agenti dell’Economic and Financial Crime Commission, l’agenzia governativa anticorruzione. Bankole, ex presidente della Camera dei Rappresentanti, uno dei due rami del parlamento federale nigeriano, ha cercato di resistere all’arresto e ci sono volute quattro ore di fronteggiamento tra le sue guardie del corpo e gli agenti prima di riuscire a portarlo via dalla sua casa di Abuja, la capitale nigeriana. L’accusa è di aver sottratto dalle casse dello stato 10 miliardi di naira, equivalenti a 65 milioni di dollari, ottenuti come prestito pubblico ma in realtà spartiti tra diversi alti esponenti politici. Inoltre, Bankole avrebbe distratto fondi del parlamento per altre decine di milioni di dollari. Ufficialmente, la EFCC vuole solo interrogarlo, ma secondo la stampa nigeriana, l’arresto è scattato perché Bankole stava preparando una precipitosa fuga all’estero. Il portavoce della EFCC Femi Babafemi ha dichiarato al Times of Nigeria che “gli agenti operativi dell’agenzia si sono mossi per arrestare Bankole dopo che abbiamo ricevuto informazioni riservate sulla sua prossima fuga”. Un’ipotesi decisamente smentita dal suo avvocato, Idowu Bakare in un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa Associated Press. Un tentativo di arresto, per la verità, era scattato già la scorsa settimana ma era stato bloccato dall’intervento di Rafiz Hangim, Ispettore Generale della polizia federale nigeriana, perché Bankole era ufficialmente ancora in carica come presidente di uno dei due rami del parlamento.

A rendere questo arresto diverso da altri casi simili avvenuti in passato è il fatto che Bankole è considerato uno stretto alleato del presidente Jonathan, ma visto che è stato sconfitto nelle elezioni dello scorso 18 aprile, qualche commentatore politico ipotizza che Jonathan abbia deciso comunque di sacrificarlo per aumentare la propria credibilità soprattutto di fronte agli investitori internazionali e alle agenzie finanziarie che da anni chiedono al governo federale nigeriano di intervenire contro la corruzione endemica.

L’arresto di Bankole, inoltre, getta una luce diversa su una sibillina dichiarazione fatta da Femi Babefemi la scorsa settimana. Il portavoce della EFCC, infatti, aveva accusato addirittura la Commissione per la Difesa dei diritti umani (CDHR) di intromissione indebita nelle indagini della EFCC e di “manovre” per mobilitare l’opinione pubblica e gruppi della società civile in difesa di allora non meglio precisate “personalità di alto profilo” finite nel mirino degli agenti anticorruzione.

Negli ultimi anni, le attività della EFCC hanno subito un’impennata notevole. Nel 2008 sono stati recuperati fondi illecitamente sottratti per 4 miliardi di dollari, cifra salita a 11 miliardi negli ultimi mesi. Su 1500 persone indagate per corruzione, compresi 65 casi di alto profilo, la EFCC è arrivata a circa 600 condanne. Cifre che se da un lato dimostrano l’impegno dell’agenzia federale, dall’altro rivelano le dimensioni del problema.

La Nigeria, nel rapporto 2010 di Transparency International sulla percezione della corruzione, ha infatti un indice del 2,4, equivalente al 134esimo posto nella classifica mondiale. Quantomeno, però, il governo federale sembra aver iniziato a prendere sul serio il fatto che la stragrande maggioranza dei cittadini considera la corruzione un problema grave.

Non si può dire lo stesso in Italia. Il nostro paese, nella classifica di TI, è al 67esimo posto (indice 3,9), lontanissimo dagli altri paesi euro-occidentali, ma anche alle spalle di paesi tutt’altro che trasparenti come l’Arabia Saudita (50esimo posto), il Botswana (33), il Ghana (62), il Ruanda (66). Del resto, lo scorso 22 febbraio, nella relazione di apertura dell’anno giudiziario, il procuratore generale della Corte dei Conti Mario Ristuccia ha dedicato una buona parte del suo intervento proprio alla corruzione, segnalando in particolare che “si nota una rimarchevole diminuzione delle denunce che potrebbe dare conto di una certa assuefazione al fenomeno verso una vera e propria ‘cultura della corruzione’. Allo stesso tempo estesi settori della pubblica opinione chiedono al Governo e al Parlamento forti e duraturi interventi perché sia data attuazione alla norma già prevista nella finanziaria del 2007 sulla confisca e il riutilizzo sociale dei patrimoni sottratti ai corrotti e l’adeguamento dei nostri codici alle leggi internazionali anticorruzione”. Una richiesta che finora è caduta completamente nel vuoto.

Joseph Zarlingo – Lettera 22