Potrebbe avere a che a fare più con la situazione in Yemen che con le sue reali condizioni mediche la decisione del presidente Ali Abdullah Saleh di ricorrere a un ospedale saudita per l’operazione causata dalle ferite riportate nell’attacco alla residenza presidenziale. L’assalto è avvenuto lo scorso 3 giugno, al culmine degli scontri tra i fedelissimi del presidente e gli insorti legati alla tribù degli al Ahmar, la principale confederazione tribale del paese.

Il ricovero di Saleh in un ospedale di Ryadh ha consentito che nel paese si raggiungesse una fragile tregua, dopo due settimane di violenti combattimenti che hanno causato decine di morti e costretto alla fuga migliaia di persone dalla capitale Sana’a. Il fatto che la tregua sembra reggere, inoltre, alimenta speculazioni e ipotesi sulla possibilità che Saleh torni o meno in patria, dopo 33 anni di governo autocratico. Migliaia di manifestanti hanno festeggiato a Sana’a quando si sono diffuse le notizie della sua partenza dallo Yemen, ma l’entusiasmo potrebbe essere prematuro. Abdu al-Janadi, vice ministro dell’informazione, infatti, continua a ripetere alla agenzie di stampa internazionali che “il presidente sta bene e ritornerà”. E oggi presidente ad interim Abd-Rabbu Mansour Hadi ha dichiarato cheSaleh ritornerà in patria entro i prossimi giorni”. Questo sembra escludere, almeno ufficialmente, che la convalescenza del presidente yemenita in Arabia Saudita possa durare, molto opportunamente, fino a quando non sarà stato perfezionato un accordo per allontanare il paese dall’orlo della guerra civile.

Molti osservatori internazionali concordano sul fatto che le ferite del presidente – apparentemente non gravissime – avrebbero potuto essere trattate in Yemen, senza bisogno di un ricovero all’estero. E ora i sauditi, che da mesi cercano di convincere il presidente a mollare il suo posto per evitare che la crisi politica diventi caos, potrebbero decidere di non lasciarlo partire. L’esilio di Saleh, infatti, era uno dei punti dell’accordo che il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) aveva mediato tra le parti, ed era proprio il punto che Saleh aveva finora rifiutato. La permanenza di Saleh in Arabia Saudita dovrebbe potrebbe durare due settimane, una di convalescenza e una per una serie di incontri politici mirati a sbloccare la situazione in Yemen

Nel paese c’è già qualche segnale di distensione. Il presidente ad interim Abd-Rabbu Mansour Hadi si è detto disponibile a ordinare il ritiro delle truppe che presidiano alcuni quartieri della capitale e a smantellare i posti di blocco gestiti dall’esercito. Hadi ha anche incontrato l’ambasciatore statunitense a Sana’a, ma non è chiaro quale sia il suo reale potere. Le truppe d’elite dell’esercito, infatti, sono sotto il comando di uno dei figli di Saleh mentre i servizi di intelligence rispondo a uno dei nipoti. La discreta attività dell’ambasciata statunitense, inoltre, segnala la preoccupazione crescente di Washington per la tenuta del paese e in particolare per il fatto che del caos delle ultime settimane possa aver approfittato Al Qaida nella Penisola Arabica, la ramificazione locale della rete jihadista, radicata in Yemen. Saleh ha cercato finora di far passare l’idea che, senza di lui, il paese smetterà di collaborare con Usa e Arabia Saudita nella lotta ai jihadisti, ma è una tesi che non ha convinto nessuno.

Intanto, proprio quei movimenti studenteschi e per i diritti umani che hanno iniziato ormai quasi tre mesi fa la protesta contro il regime rimangono per il momento esclusi dai negoziati, così come dallo scontro di potere.

di Joseph Zarlingo – Lettera22