“Faremo di tutto per raggiungere il quorum. Sarà arduo ma è possibile”. Così il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, alla direzione del partito, riassume l’impegno affinché gli elettori votino quattro sì al referendum del 12 e 13 giugno su acqua, nucleare e legittimo impedimento. Ed è soprattutto a proposito dei due quesiti sull’acqua, che Bersani tiene a rispondere alle critiche di Andrea Ronchi (Fli), che lo ha definito “un traditore”. “Non accettiamo speculazioni sulla nostra posizione – risponde il segretario -. Un ministro come Ronchi che non sa la differenza tra liberalizzazione e privatizzazione forzata non dovrebbe avere la patente di ministro”.

“E’ un diritto e un dovere democratico andare a votare”. Una sponda al Pd arriva dall’ex premier Romano Prodi, che non aggiunge altri commenti alla questione referenderia. Mentre più netta è la presidente deli democratici al Senato, Anna Finocchiaro, che guarda oltre e dichiara: “Se al referendum gli elettori si esprimeranno in maniera netta contro tre capisaldi dell’azione del governo Berlusconi, ci saranno inevitabilmente conseguenze politiche”. “E’ giusto che il referendum sia lasciato fuori dalla contesa partitica – continua in un’intervista a ‘L’Unità’ – e che alle manifestazioni si vada senza simboli di partito”. Eppure, subito dopo, se il quorum venisse raggiunto e prevalessero i sì, secondo la Finocchiaro si farebbe sempre più pressante una richiesta di dimissioni di Silvio Berlusconi.

E sul premier, sono simili le parole di Bersani: ”La maggioranza non è più quella uscita dalle elezioni – dice il segretario – siamo al ribaltone e al teatrino della politica. Il governo si presenti dimissionario alla verifica parlamentare perché la maggioranza non c’è più nel Paese e siamo all’assenza di governabilità. Per noi la strada maestra sono le elezioni ma siamo disponibili a considerare eventuali condizioni per cambiare la legge elettorale”. Bersani ricorda poi che il Pd ha “la responsabilità di avviare confronti sul merito delle principali riforme con tutte le forze di opposizione”. Eppure, precisa, non si tratterà di rifare l’Unione. Nei suoi piani, anzi, il Pd diventerà il primo partito italiano. “Il Paese non ha bisogno di generiche carovane, ma di una rotta decisa – conclude il segretario democratico -. Il prossimo governo avrà la più grande forza riformista del Paese”.

Con questo scopo Bersani convoca entro fine mese una nuova direzione “per mettersi all’altezza della situazione come partito e per avviare un percorso verso la conferenza nazionale che coinvolga circoli e movimenti”. “Abbiamo perso amministrazioni – ammette il segretario – per nostre frantumazioni e questo non potrà più accadere. Serve un partito più federale e più nazionale e un rapporto tra amministratori e gruppo dirigente”. Altro obiettivo del Pd, sostiene il segretario, è “mettere in sicurezza le primarie e rendere esigibili i codici etici”.