In contemporanea con gli sbarchi a Lampedusa di migliaia di cittadini africani, che calamitano da settimane l’attenzione di stampa e politici, un grande esodo silenzioso sta avvenendo dall’altra parte del Mediterraneo, nella quasi totale indifferenza di media e governi occidentali. Dall’inizio della guerra in Libia, 856 mila migranti africani – secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni – hanno fatto ritorno nel loro paese d’origine abbandonando la nuova vita faticosamente costruita all’ombra della Jamahiriya (senza aver mai avuto da Tripoli il diritto alla cittadinanza, né il permesso di soggiorno).

Spesso sono stati minacciati e le loro case distrutte. “Ho lasciato in Libia il frutto di cinque anni di fatica. Sono stato denunciato proprio dal mio datore di lavoro: uomini armati sono venuti a prendermi e mi hanno picchiato. I libici non ci considerano esseri umani, men che meno fratelli africani” si è indignato Ibrahim Inoussa, della regione di Zinder (Niger), parlando con l’inviato del giornale Aïr Info.

La Tunisia è il paese che deve fare fronte al maggior numero di rimpatri: 429.940, seguita dall’Egitto con 297.613 migranti. Ma sono i 68.614 che rientrano in Niger a dovere affrontare le situazioni di maggior precarietà. Se la Tunisia può contare su un Pil pro capite di 7.979 dollari l’anno e l’Egitto di 5.889 dollari, il Niger, fanalino di coda delle classifiche internazionali, ha un reddito annuo di 657 dollari per abitante e un’aspettativa di vita media di 45 anni. Il 63 per cento dei suoi 13,5 milioni di abitanti vive sotto la soglia di povertà con meno di 1,25 dollari al giorno.

“Bombardano la Libia, ma è il Niger che uccidono” sintetizza Abdelkader Moussa, un giovane rientrato ad Agadez e ora senza alcuna prospettiva per il futuro. L’antica città carovaniera – dagli anni Novanta punto di partenza dei camion stracolmi di disperati che tentavano la traversata del deserto del Teneré per raggiungere la Libia e da lì, soldi permettendo, l’Europa – ora assiste, impotente, al ritorno di migliaia di migranti.

Il presidente Mahamadou Issoufou, fresco di elezioni (12 marzo 2011) si trova ad affrontare l’ennesima crisi alimentare. Il governo ha lanciato l’allarme il 5 maggio con un annuncio televisivo: 2,6 milioni di nigerini sono a rischio di carestia nelle prossime settimane; gli agricoltori aspettano con ansia le piogge che dovrebbero cadere all’inizio di giugno.

Il rientro di quasi centomila migranti – ai 68.614 transitati da Dirkou, primo posto di blocco dopo il confine libico, si aggiungono i 1.239 arrivati dal valico di Assamaka (confine con l’Algeria), i 18.862 in fuga dalla Costa d’Avorio, i 9.800 sbarcati all’aeroporto di Niamey – pone problemi drammatici ai villaggi e alle famiglie d’origine, che spesso contavano sulle rimesse del famigliare immigrato per la loro sopravvivenza.

“Lo choc del ritorno improvviso dalla Libia è vissuto come un dramma famigliare e una catastrofe regionale” sintetizza il rapporto stilato dal comitato del dipartimento di Tanout, nel sud del Niger, dove si sono registrati 15 mila rimpatri. In una situazione di estrema fragilità: la crisi agricolo pastorale del 2009-2010 ha colpito 185 villaggi su 385, un terzo dei 170.856 abitanti è a rischio. Perdita di bestiame, insufficienza di pozzi, deficit agricolo, rialzo dei prezzi dei prodotti agricoli….le cause sono molte, la povertà, uno spettro sempre presente. Chi rientra, magari dopo vent’anni, non ha più accesso alla terra che è stata ridistribuita.

Il primo ministro Brigi Raffini, un tuareg originario di Agadez, si è rivolto alle amministrazioni locali invitandole a creare dei centri di accoglienza per sfamare, ospitare e aiutare i nuovi arrivati a reinserirsi nelle loro comunità. Il programma d’azione ha un budget di oltre un miliardo di franchi Cfa (1,5 milioni di euro) e il governo nigerino si è rivolto ai donatori internazionali.

Le Nazioni Unite hanno lanciato un appello per 160 milioni di dollari in aiuto ai paesi che devono affrontare l’emergenza dei rimpatri forzati dalla Libia; l’Unione europea interviene attraverso Echo (Direzione generale per gli aiuti umanitari) con un contributo di 40 milioni di euro, a cui si aggiungono 62 milioni stanziati da 22 paesi membri. Basteranno?