Naufragio di un'imbarcazione a Roccella Jonica

Dopo l’annuncio e la smentita di due giorni fa sul ritrovamento di 150 cadaveri al largo delle coste tunisine, è salito a 26 il numero dei corpi di migranti morti nel naufragio dell’isola di Kerkennah recuperati ieri dai mezzi navali tunisini. Lo ha detto il tenente colonnello Tahar Landoulsi, comandante della Guardia costiera di Sfax, che coordina le ricerche. I dispersi, secondo le autorità tunisine, potrebbero essere più di 200. Secondo l’ufficiale, nessun corpo si troverebbe più nel relitto affondato. Gli altri cadaveri, ha aggiunto, potrebbero essere stati trascinati dalle correnti a una distanza di venti chilometri dal luogo del naufragio, circostanza questa che lascerebbe poche speranze di recuperare ulteriori corpi.

Ad affondare è stato un peschereccio libico al largo delle isole Kerkennah, nel sud della Tunisia. L’altro ieri le cattive condizioni meteorologiche avevano impedito le operazioni di ricerca dei dispersi. Restavano quindi solo i due cadaveri trovati il 2 giugno e che ora sono nel reparto di medicina legale dell’ospedale universitario di Sfax, in attesa che si completino le procedure del caso: autopsia, esami clinici e tossicologici, identificazione. Nello stesso ospedale sono stati ricoverati per poco più di un giorno i supersiti rimasti feriti nel naufragio. Lo stretto tempo necessario per prestare le cure di cui necessitavano e sono stati dimessi. Li hanno già trasferiti nei campi alla frontiera con la Libia, in attesa di poter decidere quale sarà il loro futuro.

Le condizioni del mare, insieme ad altre coincidenze, hanno causato la tragedia. Le ha raccontate all’agenzia di stampa Ansa il tenente colonnello Landoulsi Tahar. La prima e più incredibile coincidenza è che i dispersi – lo sono ancora ufficialmente, ma tutti sanno che sono morti e che dovrebbero essere in maggioranza originari del Pakistan, del Bangladesh, di alcuni paesi dell’Africa Subsahariana ed equatoriale – non comprendendo le indicazioni dei militari tunisini (in francese, arabo e in inglese) spostandosi repentinamente hanno fatto capovolgere il barcone. Sono annegati in un paio di metri d’acqua, perché il mare non ha consentito ai mezzi navali tunisini di soccorrerli.

Aggiornato il 6 giugno 2011 alle 9.00