Cento giorni alla Cei per decidere la sua strategia rispetto alla politica italiana, una settimana al Papa per scegliere il nuovo arcivescovo di Milano.

A Milano il cardinale Tettamanzi sta per lasciare. Nelle ultime settimane si è infittito il toto-candidati. In testa appare il cardinale Scola, patriarca di Venezia. Seguono il vescovo Francesco Lambiasi di Rimini già assistente nazionale dell’Azione cattolica e mons. Aldo Giordano, prelato di grande esperienza ecumenica ed europea per essere stato segretario del Consiglio delle conferenze episcopali (cattoliche) europee ed avere ottenuto successivamente da Benedetto XVI la nomina a osservatore della Santa Sede per il Consiglio d’Europa. Altri candidati possibili: il vescovo-teologo Bruno Forte, il vescovo-diplomatico Parolin.

Milanoè una postazione chiave della Chiesa italiana. Negli ultimi trent’anni – dalla nomina di Martini avvenuta nel 1979 – ha rappresentato il polo “conciliare” nel panorama delle diocesi. Con Martini ha fatto da contrappunto all’ortodossia politico-ecclesiale della presidenza Cei di Ruini. Con Tettamanzi la diocesi milanese è stata un punto di riferimento per un cattolicesimo non supinamente allineato al clima politico e culturale del berlusco-leghismo e quindi attento ai problemi della solidarietà, della legalità, dell’ordine costituzionale, dell’accoglienza degli immigrati e del rispetto dei diritti religiosi dei musulmani. Non a caso i berlusconiani hanno avvertito nel cattolicesimo ambrosiano un pericolo mortale prima del ballottaggio di domenica, al punto da spingere il Giornale ad un furibondo attacco contro Tettamanzi alla vigilia dei ballottaggi.

L’arrivo di Scola a Milano non sarebbe una scelta felice. Il patriarca ha sviluppato a Venezia un’intensa attività pastorale, culturale e internazionale orientata fruttuosamente al mondo musulmano e asiatico. Trasferirsi a Milano non aumenterebbe di una virgola le chance – che ha già oggi – di entrare nella lista dei papabili. Sarebbe un brutto esempio di trasferimento di un porporato da una sede cardinalizia all’altra, alla stregua delle caselle di Monopoli. Fu molto criticata a suo tempo la scelta di trasferire Tettamanzi da Genova a Milano.

In ultima analisi finirebbe per apparire come una decisione di Benedetto XVI, tesa a normalizzare la diocesi ambrosiana e toglierle la sua vivacità nello sperimentare un cattolicesimo attento al pluralismo della società moderna. Significherebbe inoltre che in Vaticano non riescono a scegliere o scoprire una personalità nuova all’altezza della diocesi milanese.

Anche per la Chiesa in Italia l’esito dei ballottaggi del 29 maggio ha rappresentato un terremoto. La Cei in realtà aveva le antenne sociali per captare il malessere del Paese. E nella sua relazione all’assemblea dei vescovi, apertasi il 23 maggio, il cardinale Bagnasco ha fatto emergere un quadro opposto al paese di cuccagna “dove i ristoranti sono tutti pieni” (Silvio Berlusconi). Bagnasco ha parlato di crisi non facile, famiglie in sofferenza, disoccupazione, “senso di spaesamento”, precariato giovanile, contestazione studentesca. Ha evocato una “generazione inascoltata”, senza futuro.

Forse non aveva previsto che tantissimi cattolici del quotidiano avrebbero trasformato tutto ciò in voto secco contro il governo e che molti moderati avrebbero respinto nelle urne l’ottimismo berlusconiano, che non tiene conto dei bilanci delle famiglie. Ma è successo.

Lo spostamento del Paese c’è stato. Fino al Consiglio permanente Cei di settembre i vertici ecclesiastici hanno tempo per costruire la loro strategia. La sconfitta della Lega è una boccata d’ossigeno per la Chiesa. Con un’impronta stalinista la Lega – dove ha potuto – ha instaurato nel territorio un controllo capillare, tallonando parroci e vescovi per metterli in difficoltà quando volevano contestare il razzismo, le vessazioni anti-immigrati e le fobie anti-islasmiche e anti-unitarie dell’ideologia padana. Si legga l’ottimo libro di Renzo Guolo “Chi impugna la croce”. La Chiesa del Nord ora è più libera, perché i leghisti pretendevano di imporre il “vero cristianesimo del popolo padano”. Le elezioni tolgono l’illusione che il futuro sia al Centro. Casini e Fini saranno cruciali per ogni passaggio, ma l’elettorato riconferma un bipolarismo di fondo. Resta quindi da sciogliere per la gerarchia il nodo del rapporto con l’area di centro-sinistra. La Cei deve decidere. Da un lato può continuare a brandire come ricatto lobbistico i cosiddetti principi non negoziabili (per imporre il veto a leggi di modernizzazione) e mettersi a gridare contro una “sinistra radicale”, che per gli elettori non è affatto estremista. Oppure potrebbe iniziare a lasciare spazio all’associazionismo bianco e alle energie cattoliche della società civile perché autonomamente, laicamente individuino la strada per ricostruire il Paese. Se Pio XII ha lasciato De Gasperi trattare con Togliatti, Bagnasco potrebbe pure lasciare che i cattolici facciano politica con Bersani, Vendola e Di Pietro.

da Il Fatto Quotidiano del 4 giugno 2011