Meglio si facciano buddisti. Nella storia recente del Bologna Football Club a portare un poco di onore duraturo c’è rimasto giusto Roberto Baggio. Il Codino di Buddha. Proprio lui fu il predecessore di Beppe Signori come campione ritrovato sotto le Due Torri. Veniva dal Milan berlusconiano, sembrava finito, rilanciò la squadra e sé stesso, nonostante memorabili liti con l’allenatore Ulivieri: 22 gol in 30 partite, record, convocazione per i Mondiali del ’98. A fine campionato se ne andò all’Inter, per soldi e voglia di successo: non funzionò, tornò a funzionare a Brescia fino all’addio glorioso.

Signori fu il successore di Baggio. Sembrava il classico traslato, campione morente risorto, campione morente che arriva e pure lui risorge. Fiaba sudata. Ma l’onore è altra cosa: è fuori dal campo, oltre che dentro. Ballottelli e Cassano insegnano e pure Pato, Berlusconi-figlia dipendente. Baggio, testardo in carriera, non subito simpatico, dopo ha fatto sul serio quello che Veltroni e tanti altri hanno promesso: se ne è andato in Africa e nei paesi poveri a fare da testimonial, a predicare aiuti e a portare la sua storia a chi lo conosceva dalle imprese tv (solo Paolo Rossi fu altrettanto famoso).

Sì, come George Clonney e prima di lui Audrey Hepburn e tanti altri divi. Niente di eccezionale, ma meglio che niente. Solidarietà piuttosto che egoismo sfrenato che distingue questi ragazzi viziati che praticano lo sport come affare.

Un buddista che pratica la caccia, Baggio, ma almeno non la caccia alla partita giusta.

Povero Bologna, con Beppe Signori travolto dalla passione per le scommesse che ha sempre avuto. Come Giordano, che precedette Baggio. Signori aveva scelto Bologna su consiglio del suo amico Gianfranco Fini, diviso fra tifo Bologna e tifo Lazio. Era rimasto a Bologna, casa nel Villaggio Fascista allo Stadio, recuperato dall’incuria e diventato modernariato per ricchi. Era rimasto perché i bolognesi lo amvano senza inseguirlo come i romani, per osannarlo (laziali), menarlo (romanisti).

I bolognesi però dai signori del calcio non sono ricompensati. Lo scandaletto dei pass per invalidi che ha coinvolto Di Vaio e Viviano, il simbolo e il portiere della nazionale, più altri sei. Per tremila euro di multe da sfangare, Di Vaio il giorno prima aveva ricevuto un improvvido Nettuno d’Oro, restituito di corsa.

E Cazzola che vende ai Menarini, che raccattano Taci e Tacopina, poi Porcedda che non paga stipendi, Irpef e fa penalizzare la squadra di tre punti. Massimo Zanetti, il signor Segafredo che arriva con le trombe e finisce trombato (o fa finire così i tifosi).

La farsa con Colomba, la farsa con Malesani come allenatori, in trionfo, sbeffeggiati. Una fine di campionato indegna.

Negli anni lontani ci sono il Fabbretti, presidente arrestato, i truffatori giunti da ogni landa. Gli arcobaleni Corioni e Gazzoni che durano per un poco. Storie pezzenti che si inseguono: sembrati quasi peccati da Dostojevsky il calcio scommesse anni 70 e 80 che coinvolsero Chiodi appena venduto al Milano, poi Savoldi, Petrini, Colomba.

Ridateci Eraldo Pecci, che ha insegnato anche a vivere e da anni rimugina un libro sul calcio come sogno e tragedia, dall’altare alla polvere come il grande Di Bartolomei, Roma scudettata, morto suicida.

Altro che Gianni Morandi presidente onorario. Maurizio Cevenini smetta di litigare con l’ingrato Pd e si faccia sindaco-poliziotto allo stadio. Come Emiliano e De Magistris, il sud ha Benedetto Croce, Bologna Giulio Cesare Croce.

r.f.