Irrefrenabile, inarrestabile, incontenibile. Il neo assessore alla cultura del comune di Bologna, Alberto Ronchi, assunto il nuovo incarico da neanche una settimana, ha esternato come nemmeno ai tempi di Cossiga il picconatore.

Dapprima una grintosa quanto confusa intervista a Repubblica, poi un incontro/intrusione durante la conferenza stampa in cui si presentava la stagione estiva dell’Arena del Sole, infine una privata appendice molto roboante su un terrazzino sempre all’Arena del Sole.

Ad ogni tappa un impeto oratorio da far tremare gli astanti, ad ogni tema toccato un piglio devastatore da rimettere in discussione ascissa e ordinata dei beni culturali perfino a casa Galan. E, diciamolo senza troppi giri di parole, tutta questa furia sterminatrice, questo innalzamento dei toni, fanno pensare a quei pokeristi che mettono sul piatto tutta la posta senza riuscire a mascherare il sudore che cola dalla fronte o il tic di occhio e labbro.

Perché il tifone Ronchi che si è abbattuto su Bologna nel weekend lungo di fine primavera non aggiunge nulla a ciò che già sapevamo per un Comune commissariato da un anno e mezzo e che, difficilmente, avrebbe potuto prendere decisioni strutturali e di lunga durata in ambito culturale.

I temi sovraesposti da Ronchi sono arcinoti: la Cineteca che deve diventare fondazione, chiarimenti sul ruolo dello stato all’interno della fondazione del Teatro Comunale (ridurre allo stremo la fondazione lirica per poi finanziare col milleproroghe il festival Verdi di Parma di cui sono soci non è un bel gesto), infine quelli del Mambo non possono sostituirsi alle scelte politiche del Comune (aumentando tariffe o suggerendo espedienti tecnici che spettano all’assessorato).

Per ogni punto una logica cristallina, per ogni tematica una posizione d’attacco, per ogni parola un roteare di pupille. Ora, per la salute di Ronchi in primo luogo, per il buon rock che ci potremmo ascoltare insieme, meglio tranquillizzarsi, prendere posizionamento senza tutta questa prosopopea.

Successivamente dovremmo metterci lì per capire un aspetto evitato, sviato, scartato in mezzo a tutto lo sturm und drang ronchiano: ma le risorse per portare avanti progetti, rivalorizzazioni della città, supporti d’emergenza per chi sta crepando (i piccoli teatri, assessore, i piccoli), dove li andrà a trovare? E soprattutto: con che proporzioni, che criteri, che scala di valori queste risorse ritrovate e liberate verranno assegnate?

Solo su questo piano si scrive il futuro della cultura in città, mentre le previsioni parlano di tagli, sacrifici, ridimensionamenti, nozze coi fichi e secchi. Sbraitando o meno, però, di questo non se ne parla mai.