Seguire le elezioni ha un sapore strano quando lo fai da lontano. E’ tutto un po’ dentro di te, intorno gli altri vivono una quotidianità diversa, fatta di altre cose e di altre attese.

A New York era il Memorial Day, giorno della Memoria, in qualche modo, mai nome più propizio ad “accogliere” ciò che accadeva nelle città italiane. Al parco, con Dorothy, non riuscivo a staccare gli occhi dal mio IPhone, sottile legame fra me e il Nord e il Sud dell’Italia. Quell’Italia offesa e ferita a morte senza ritegno e ripetutamente. La guardavo, da lontano, e le dicevo “su, forza, tirati su”.

E poi le scene delle feste. E mi sembrava di esserci. A Napoli, in particolare. Di cui conosco ogni angolo, ogni pietra. Conoscevo persino i volti, i sorrisi e gli abbracci. Qualcuno mi ha scritto “ci mancavi”.

In altri abbracci e in altri sorrisi, anni fa, c’ero anch’io. La gioia e la speranza non erano da meno. Per questo voglio dire una cosa oggi, a costo di incrinare la gioia e il senso di liberazione. Voglio dire che non bisogna lasciare i sindaci soli, non bisogna credere in poteri magici che non hanno e mettersi in attesa pronti a puntare il dito. Bisogna partecipare come segno più alto di libertà e di civiltà. A Napoli, in particolare, bisogna che i miei concittadini si rimbocchino le maniche. Loro, con e prima del sindaco. Si rimbocchino le maniche e inizino a rispettare le regole e amare la loro città. Amarla proteggendola: dallo sporco, dalla malavita e dallo schifo che da troppo ne nasconde quell’indescrivibile bellezza che solo occhi pigri e svogliati non sanno vedere. Anche pagare il biglietto dell’autobus, fermarsi al rosso del semaforo, rispettare le file, fare la raccolta differenziata, non rendersi complici del malaffare con il silenzio, non buttare una carta per terra: tutto, ma proprio tutto può liberare Napoli dal suo cancro: quello degli “indifferenti”.

Non lasciate solo Luigi De Magistris e non lo costringete ad essere più poliziotto che sindaco. Pretendete ma date a piene mani perché non siamo figli di un Dio minore, anche se a volte ci fa tanto più comodo crederlo.