Un forte esplosione in serata ha fatto ripiombare Bengasi, roccaforte degli insorti libici, nell’incubo di una guerra che sembra non finire mai. Molto probabilmente è stata un’autobomba ad esplodere alle 19.10 davanti l’Hotel Tibesti, uno degli alberghi più lussuosi della città, dove ha sede l’Ufficio di rappresentanza dell’Unione europea e dove alloggia in questi giorni anche l’ambasciatore italiano in Libia, Vincenzo Schioppa. E’ infatti lo stesso albergo che appena ieri ha ospitato gli incontri del ministro Frattini con i leader del Consiglio nazionale transitorio dei ribelli libici.

Non ci sarebbero feriti e nessuno ha rivendicato l’attentato, ma non è escluso un colpo di coda di agenti infiltrati del regime agonizzante per cercare vendetta contro i ‘traditorì di Bengasi, la città della Cirenaica dalla quale è partita oltre tre mesi fa la rivolta che sta spazzando via 40 anni di Gheddafi al potere.

Malgrado dal terreno continuino ad arrivare notizie frammentarie, l’ennesima defezione del potente ministro libico del Petrolio Shukri Ghanem – annunciata oggi a Roma – restituisce l’immagine di un regime ormai allo sbando.

Oggi la Nato ha prorogato ufficialmente la missione Unified Protector di altri 90 giorni, ma al quartier generale dell’Alleanza tutti si dicono che certi che serviranno meno di tre mesi concessi per completare la missione. L’uscita di scena di Gheddafi dalla Libia è solo questione di tempo, secondo il segretario generale Anders Fogh Rasmussen, e succederà presto, forse “anche domani”.

La comunità internazionale continua ad ostentare compattezza, la stessa assicurata dal vice presidente Usa Joe Biden e dal capo dello Stato Giorgio Napolitano durante il loro incontro oggi a Roma. La missione ufficiale è ancora quella indicata dall’Onu (proteggere i civili) ma quella ormai palese è il cambio di regime: Gheddafi deve andarsene.

Oggi è arrivata una nuova condanna delle Nazioni Unite per i “crimini contro l’umanità e crimini di guerra” commessi dalle forze governative della Libia. Ma l’inchiesta dell’Onu sul terreno non ha risparmiato neanche le truppe ribelli, accusate anche loro di “alcune azioni che costituiscono crimini di guerra”.