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Provocazione, operazione spregiudicata di marketing o pruderie anni ’50? Per ora, di certo c’è un annuncio pubblicato su Internet e un casting che andrà in scena oggi, a Milano. Sul sito Fracomina.it, dell’omonima azienda napoletana di abbigliamento, viene pubblicizzato un appuntamento: “Hai un’età tra i 18 e i 34 anni? Sei una donna dalla personalità forte e decisa, intraprendente, testarda e anticonformista? Fracomina sta selezionando i nuovi volti della prossima campagna pubblicitaria. Donne vere, contemporanee, possibilmente vergini”. Proprio, così, “vergini”.

L’annuncio, portato all’attenzione della Rete dal sito ilsalvagente.it , ha scatenato online una bufera. Dal sito Rockmode.com , per esempio, commentano: “Se una di voi ha intenzione di partecipare in ogni caso, preparatevi a una visita ginecologica in loco. Non si sa mai, finisce che non si fidano della vostra parola”. E anche sui social network le critiche non si contano. L’azienda non ha atteso per replicare. “La parola ‘vergine’ – scrive su Facebook Ferdinando Prisco, titolare del marchio – ha colpito la sensibilità del popolo di Internet. Ne prendiamo atto, respingendo fermamente qualsiasi accusa di discriminazione o mancanza di rispetto. Il contesto culturale in cui viviamo – prosegue – vede ancora nella donna vergine uno stereotipo. Ci chiediamo se la verginità, intesa in senso fisico rappresenta ancora un valore rispetto al quale debba essere giudicata una donna, o forse è arrivato il momento di oltrepassare certi pregiudizi culturali?”. Poi, una confessione: “Come brand sentiamo l’esigenza di andare oltre, e perché no, giocare sulla provocazione”.

Chissà perché proprio in Campania alcuni hanno questa fissa della “provocazione”. Le due ragazze di Napoli Noemi Letizia (che si dichiarò “illibata” ai giornali), e Raffaella Fico (concorrente dell’Isola dei Famosa che aveva già messo all’asta la sua verginità per “un milione di euro”), l’avevano fatta propria. Ma non si può dire che abbia portato loro molta fortuna.

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f.mello@ilfattoquotidiano.it

Il Fatto Quotidiano, 1 giugno 2011