Per me tutto è cominciato, almeno a Milano, la sera del 6 novembre dello scorso anno, pochi giorni prima delle primarie che avrebbero eletto il candidato sindaco per la sinistra. Non ricordo che tempo facesse, se fosse caldo, freddo o se piovesse. Ricordo invece perfettamente il teatro Dal Verme strapieno e Giuliano Pisapia affiancato sul palco da Gad Lerner e Niki Vendola, un po’ impacciato, forse intimiditito da quella moltitudine di milanesi che quella sera avrebbero deciso se riporre in lui le ultime, residue speranze di riscatto dopo un ventennio di sconfitte e bocconi amari. Ma già il fatto che fossero lì in tantissimi (molti non erano nemmeno riusciti a entrare) la diceva lunga sul desiderio di riprovarci. O forse sull’impossibilità di rassegnarsi.

Pisapia parlò poco, lasciando la scena a un Vendola in gran forma, ma quando parlò disse cose che toccarono il cuore di tutti. Non so se avesse già coniato lo slogan della «forza gentile», ma certo le sue parole suonavano diverse da quelle degli altri uomini politici. Parlò di cultura, ricordando il primo sindaco del dopoguerra, Antonio Greppi, che fece ricostruire a tempo di record la Scala dove Arturo Toscanini diresse un memorabile concerto d’inaugurazione. Parlò di legalità, con la cognizione di causa di un grande avvocato e di un autentico garantista. Parlò di accoglienza verso chi oggi come sempre viene a Milano in cerca di lavoro. E parlò di poveri, quasi un tabù. Citando Greppi, ancora lui, disse: «Facciamo in fretta, perché i poveri non hanno tempo». Soggiungendo: «Perché Milano non ha più tempo».

Sono passati più di sei mesi da quella sera e come per magia si sono moltiplicati i milanesi che hanno meditato sulle sue parole, udite via via non più in un teatro del centro ma in tutti i quartieri, comprese le periferie degradate dove la sinistra latitava da decenni. E che hanno avuto fiducia i lui.

Certo, c’è stata anche una fetta di città, parte di quel ceto medio che aveva creduto alle lusinghe del «bauscia» e della «sciura», che forse non ha votato per Pisapia ma contro di loro, stufo di esser preso per i fondelli. Ma il popolo, e lo chiamo proprio così perché quello era, che ha riempito piazza del Duomo la sera del 30 maggio, era lì per Pisapia, per ringraziarlo di averci liberato. E rideva e cantava e s’abbracciava come i nostri nonni e genitori tanti anni fa.

Da oggi si riparte, ci aspetta un’altra ricostruzione, questa volta soprattutto morale, per la città che così a lungo si fregiò di quell’attributo (la famosa capitale morale) e dell’intero paese devastato da un ventennio di fascismo light.