E’ ancora lecito chiedere qualcosa oggi alla televisione pubblica?

Oggi che gli analisti elettorali ci dicono che a Milano il vecchio che perde è composto da persone non laureate e con più di 65 anni, vogliamo che Rai Uno si dedichi ancora solo a solleticare la loro ignoranza?

Come molti, ho votato per la privatizzazione della Rai: non nutrivo alcuna speranza nel “passo indietro” della politica, e credevo nell’indipendenza degli imprenditori privati. Ma siccome la politica il passo indietro non l’ha fatto gli imprenditori privati devono comunque chinare la testa davanti a committenti esposti ad ogni tempesta elettorale o addirittura a tempeste interne ai loro partiti di riferimento.

Io in TV ci lavoro, e quando una persona mi chiede “ma faremo poi quel programma?”, rispondo “dipende dall’allineamento dei pianeti”. Ci rendiamo conto che non può essere la politica a decidere ogni minima cosa che avviene in Italia nel campo della comunicazione? Possiamo lasciare un po’ di valutazioni esclusivamente di merito, che so, alle “Previsioni del Tempo” o almeno all’”Oroscopo”?

Da cittadino penso che avrei scelto da tempo un sano vaffa a tutta la tv, passando esclusivamente al web per ogni briciolo di voglia di informazione o di intrattenimento, ma per motivi personali (ci lavoro, appunto) mi tocca attendere con apprensione quel che succederà in Rai.

Rafforzare oggi la governance pubblica della televisione significa poter avere più potere della burocrazia, dei sindacati, degli agenti delle star, delle lobby giornalistiche, dei politici invadenti.

Ho lavorato per 10 anni in Rai con contratti da precario, poi ho scelto di non entrarci tramite causa, al contrario di molti miei colleghi. Oggi che la Rai è composta da programmi e direttori protetti da sentenze giudiziarie, oppure da emissari dei big politici che non brillano per capacità di rendersi autonomi, fosse almeno dopo, e solo da poche isole felici consolidate dall’ascolto (l’unica forma di democrazia televisiva che conosco), mi chiedo: cosa possiamo chiedere ai vertici della Rai, a quelli esistenti e a quelli che saranno presto nominati?

Cara Rai, difendi il merito e premialo. Insomma chi fa un prodotto di qualità che va pure bene come ascolto, premialo! non solo con più quattrini, ma soprattutto con la possibilità di fare di più. Lo so, il merito non sembra la logica nemmeno dei canali privati. Perché Mentana ha dovuto aspettare un anno prima che La7 potesse offrirgli di dirigere un Tg? Perché Santoro non è un direttore di rete? Perché non si propone a Fiorello di diventare capo dell’intrattenimento di Rai Uno? Perché non si offre a chi ha prodotto la serie “Romanzo criminale” la possibilità di fare una serie almeno per Rai Due? Perché si vogliono abbondare reality e talent-show che fanno grandi ascolti? Perché Rai Uno non può fare informazione se non con Bruno Vespa? Lo spazio di Porta a Porta se l’è comprato? Perché Sky non si butta con decisione nella competizione televisiva generalista? Sarà vero che c’è un patto sottobanco per cui Murdoch e Berlusconi farebbero campagna per un candidato anti-Obama, e dunque andrebbero affiancati sullo scacchiere mondiale? E se non è così, perché ci sembra troppo dietrologico, datemi un’altra spiegazione all’immobilismo dei canali generalisti di Sky, che rischiano di diventare una Rete 4 con uno spruzzo di modernità (per non parlare della questione Current).

Cara Rai, non essere ipocrita: la tv è un mezzo popolare, e dunque deve fare ascolti. Se si crede però in un prodotto bisogna proteggerlo e coltivarlo perché può crescere col tempo, perché il pubblico è pigro. L’ascolto di un giorno solo conta, ma conta di più l’ascolto di un anno.

Cara Rai, organizza il prodotto per generi televisivi, e mettici a capo qualcuno che se ne intenda. Che sappia come si fa una fiction o che cos’è un reality, che conosca il mondo del varietà o quello dei talk-show. Che distingua un’inchiesta da una sit-com, un reportage da un servizio del TG, una ricostruzione da un documentario. Che pensi solo al prodotto, al prodotto, al prodotto!

Cara Rai, trova conduttori con idee diverse da Santoro, ma certo!, ma che abbiano la capacità di costruire un programma televisivo e non di fare un lungo comizio (te lo dico con affetto, Sgarbi).

Cara Rai, investi nella ricerca, nei giovani, nella sperimentazione di programmi nuovi. Meglio buttare qualche soldo per sperimentare piuttosto che per produrre varietà di quart’ordine: sperimentare non significa fare brutte copie di programmi già esistenti, quello si chiama sfruttare un genere di successo (o di insuccesso quando proprio si è recidivi come insegna la tv estiva).

Cara Rai, trova forme di coproduzione tra le risorse interne e quelle esterne, senza alimentare il conflitto tra lavoratori che vede spesso gli uni contro gli altri, i dipendenti contro gli esterni, come se non facessero tutti lo stesso mestiere. Controlla i conti delle società private, certo, ma anche mantieni alto il livello economico delle produzioni se non vuoi ridurti a un canale satellitare low-cost dove ricchi sono solo i dirigenti e non i prodotti.

Cara Rai, innova la fiction, senza farti accecare dallo zoccolo duro dei non laureati e degli over 65. Reinventa il varietà. Consenti reality di buona fattura, perché il reality non è altro che una delle forme del varietà dei nostri tempi, e si può far bene o male come tutto.

Cara Rai, non mollare alla concorrenza tutti i generi popolari, a meno che tu non voglia ridurre la RAI a una rete solo di servizio pubblico finanziata dal canone, e dunque di fatto smobilitarla.

E i professionisti, perché ce ne sono tanti, alzino la voce, contro lo strapotere dei politici, nei telegiornali, nelle fiction, nei programmi, perché solo con la rivolta di chi crede in una professione si può limitare l’appetito degli ingordi pescecani.

Non è così difficile fare televisione. Basta cercare un equilibrio tra l’ascolto e la qualità, e in quell’equilibrio far crescere un’industria culturale attualmente ridotta a un parco giochi dei potenti con qualche casella occupata dai giudici e poche isole felici. Ma quale politico vincente avrà mai il coraggio di far la voce grossa e cambiare? Finché non ci sarà una vera visione del futuro, teniamoci le isole giornalistiche di qualità, le buone e rare fiction, i programmi con un po’ di cervello e quelli che fanno un intrattenimento onesto. Difendiamoli, oppure che le isole si stacchino ancora di più, abbandonino la nave che affonda e cerchino nuovi lidi, e che la Rai muoia una volta per tutte. Non ce l’ha ordinato il medico di avere tre canali di televisione pubblica!