Due piccoli imprenditori emiliani sono accusati di tentata estorsione ai danni di Serafino Cremonini, figlio del cavalier Luigi e direttore commerciale del gruppo Inalca, colosso delle carni. La squadra Mobile della polizia di Modena ha arrestato in flagranza Pierpaolo Chiarietti e Silvano Cocchi, residenti a Reggio Emilia e Serramazzoni, ex soci di una ditta di componentistica meccanica che lavorò in subappalto per il colosso delle carni prima di fallire e collezionare due condanne per bancarotta fraudolenta. La coppia ai primi di maggio ha chiesto cinquecentomila euro a una famiglia che oggi, liquidati i partner brasiliani di Jbs, fa registrare un fatturato di un miliardo e duecento milioni di euro. Gli investigatori escludono legami degli arrestati con la criminalità organizzata ma sottolineano l’abilità nel non lasciare tracce.

Luigi Cremonini era già finito nel mirino undici anni fa, quando solo l’intercettazione casuale di una telefonata tra giostrai veneti permise ai carabinieri di Genova di evitare il suo sequestro. D’altronde nel mondo dei prosciuttifici, dilaniato dallo sfruttamento e dal lavoro nero, ruotano vari malavitosi. Caporali, ma anche autori di estorsioni anomale.

I campani Luciano Rosa Salsano e Alfonso Perrone (poi condannato in altro procedimento per il pizzo nei ristoranti con l’aggravante di aver favorito il clan dei Casalesi) furono arrestati nel 2007 per la richiesta di un milione e mezzo di euro a Sante Levoni, titolare della Alcar di Castelnuovo.

Nei giorni scorsi, a quattro anni di distanza dal mancato sequestro, sette chilometri a sud, nella sede del gruppo Inalca di Castelvetro, arrivano due buste impermeabili ai controlli della scientifica. Contengono lettere minatorie al direttore Serafino Cremonini: “Da tempo stiamo seguendo i tuoi movimenti e quelli dei tuoi cari ma noi non facciamo sequestri, rendiamo le persone fortemente invalide”. E la richiesta di mezzo milione  di euro da consegnare nelle modalità poi fornite da un fantomatico “assicuratore Tirelli”.

Chiamate rapidissime da una decina di cabine telefoniche isolate nel quadrilatero tra per concordare la consegna “delle banconote di piccolo taglio in un borsone verde”. Solo una serie di appostamenti (e turni di straordinario) contemporanei ha permesso l’ immediato intervento dopo la localizzazione. E’ avvenuto venerdì scorso presso una cabina di Rubiera: Cocchi e Chiarietti avevano ancora in tasca il numero di Cremonini junior. Nell’interrogatorio di garanzia hanno confessato e giurato di avere agito da soli, ottenendo dal Gip la concessione dei domiciliari.