Questo ultimo scorcio di campagna elettorale per i ballottaggi, se possibile ancora più truce e grottesca della prima fase, ha avuto almeno “il merito” di squarciare l’ultimo velo sul cosiddetto “conflitto tra politica e magistratura” e cioè sulla guerra di sterminio che Berlusconi per motivi strettamente personali ha dichiarato dal ’94 alla magistratura, aggregando in itinere molti convinti supporter.

Diventato un peso e un disvalore aggiunto per i suoi stessi “deboli”candidati (definizione sua) che hanno fatto quasi di tutto per non averlo tra i piedi a casa loro, lo sventurato non ha trovato di meglio che affidare prima a un incredulo Obama e poi direttamente alla ribalta mondiale del G8 in conferenza stampa la sua ansia per lo spettro che lo perseguita dalla discesa in campo: essere condannato con sentenza definitiva ed interdetto dai pubblici uffici e vedere intaccato il suo patrimonio. E così a ridosso del voto che può certificarne non un lento declino ma una fine molto rapida, ha sentito “il preciso dovere istituzionale” di informare i partner mondiali che “i magistrati lo perseguitano”; che le accuse “sono tutte infondate”; che i giornalisti “si devono vergognare” perché non ne danno conto; e soprattutto che “non abbandonerà la politica”  fino a quando non avrà risolto con la riforma epocale della giustizia “la patologia” della “quasi dittatura dei PM.”

Per quanto istituzioni e mondo politico abbiano dato ripetuta prova di assuefazione a tutto, l’autosputtanamento mondiale dalla platea del G8 a Deauville ha sortito qualche reazione ed effetto, forse anche grazie al moto di indignazione su Internet di tanti cittadini italiani: non solo da parte dell’ANM, ma anche del vicepresidente del CSM Michele Vietti, fino alla defezione dalle file governative di Daniela Melchiorre, magistrato e sottosegretario allo sviluppo economico.

Come da consolidato copione dalla stampa allineata si è mobilitato il pronto soccorso permanente che non si arrende nemmeno davanti all’evidenza di un premier in caduta libera e si è scatenata una gara imbarazzante per accreditare la vulgata della “degenerazione” della magistratura italiana confermata dallo “sfogo” di Massimo D’Alema nel 2008 con l’allora ambasciatore Usa a Roma Ronald Spogli. Il Tempo, in prima pagina, sotto il titolo “Ma se lo dice D’Alema è ok” si è scagliato contro “I professionisti dell’indignazione , togati e laici” colpevoli di essersi affrettati “a protestare per lo sfogo di Silvio Berlusconi con il presidente degli Stati Uniti sulla ‘quasi dittatura dei giudici di sinistra’ in Italia”. L’assunto, contrario all’impianto costituzionale come al principio della divisione dei poteri, è che naturalmente il presidente Obama “sa bene, come i suoi predecessori, che quello che è ‘un ordine’ ha voluto trasformarsi in potere giudiziario, vero e proprio” e che “ci sono magistrati che dettano l’agenda politica italiana”. La riprova? Così come “si è sfogato” Berlusconi al G8, “si era sfogato” D’Alema, secondo il report rivelato da Wikileaks. Anzi sopravanzando Berlusconi, D’Alema aveva testualmente definito la magistratura “la più grande minaccia per lo stato” e quando alla vigilia di Natale dello scorso anno “l’impietoso giudizio” finì sui giornali, l’interessato “cercò di togliersi dall’impaccio dicendo di essere stato “frainteso””. (ibidem)

E forse vale la pena ricordare, mentre la sentenza di primo grado ha condannato con una pene superiore a quelle richieste dal pm l’imputato numero uno, l’ex governatore di Bankitalia Fazio per Antonveneta, che Massimo D’Alema era inviperito non tanto per “gli scontri diretti con i magistrati dieci anni prima come presidente della Bicamerale”, quanto per le intercettazioni sulle scalate bancarie del 2005, da cui emergeva il suo attivismo nella “bicamerale degli affari”, in sinergia con Giovanni Consorte ex presidente Unipol, a cui sono stati comminati tre anni ed un milione di multa per aver manipolato il mercato ed ostacolato gli organi di vigilanza.

Non so e non mi interessa particolarmente sapere a chi intendesse riferirsi Il Tempo con la definizione di  “professionisti dell’indignazione” che ovviamente scatterebbe a senso unico e ipocritamente solo nei confronti degli sproloqui auto delegittimanti del premier in stato ossessivo. Purtroppo per buona parte del ceto politico la valutazione delirante che “la magistratura è la più grande minaccia allo stato italiano” è stata una specie di corollario al “primato della politica” da Mani Pulite in poi; e dal ’93 ad oggi in entrambi gli schieramenti ci si è prodigati, chi facendone una bandiera, chi più sottotraccia, per sbarazzarsi dei controllori. Quando è uscita la notizia grazie a Wikileaks e, nonostante che l’atteggiamento di D’Alema a proposito di eguaglianza davanti alla legge, senza eccezione per i potenti, fosse ben noto dagli anni di Tangentopoli, c’è stato anche chi non ha fatto finta di niente e non si è allineato al “fraintendimento”.

Il Pd che si è trovato a giocare due straordinarie e fino a ieri inimmaginabili partite a Milano e Napoli, grazie a due candidati non suoi ed alla dissennata, autolesionistica guerra personale dell’imputato Berlusconi alla magistratura italiana, dovrebbe finalmente, seppur tardivamente, archiviare la sua lunga ed infausta stagione di collateralismo al richiamo dell’impunità.