Dopo aver sfrattato la moglie e il figlio con la complicità del sindaco, Divko Buntic bacia la soglia della sua casa di famiglia. Poco più tardi entra in cucina, toglie il coperchio da una pentola che bolle e assaggia. Manca del sale, lo aggiunge. Niente di più normale, se non fosse che l’uomo attraversa quelle stanze dopo vent’anni passati a lavorare in Germania. Per lui non è cambiato nulla, del resto quel piccolo paesino dell’Erzegovina in cui torna, a bordo di una Mercedes che fa invidia ai compaesani almeno quanto la sua giovane compagna, è lo stesso in cui è nato, il porto sicuro in cui trascorrere una vecchiaia agiata a coccolare il suo gatto portafortuna. Tra Divko e Lucija, la moglie che non vede da allora, nessun dialogo, solo la polizia che trascina via di forza la donna. E poi Martin, il figlio ventenne che per dispetto spacca con una sassata il vetro della camera da letto in cui dorme il padre.

Da oggi nelle sale (distribuito in venti copie da Archibald), Cirkus Columbia di Danis Tanovic torna a liberare la brezza di quel gusto irriverentemente slavo proprio del miglior Kusturica – cui rimandano anche i bravissimi Miki Manojlovic e Mira Furlan, già in coppia nel suo Papà… è in viaggio d’affari (1985) –, accompagnando lo spettatore dentro al ritratto di un mondo paesano attendibile fin nelle sue sfumature; soprattutto in un colpo d’occhio in cui la memoria si confonde con l’affetto: il bagno al fiume, il bar al centro, il cibo, la pace di una giornata assolata. Dopo l’ottima opera prima No Man’s Land, una mediocre come L’enfer e un’altra appannata come Triage, il bosniaco Tanovic dimostra di essere all’altezza di una fama, negli anni, sempre più legata a quel folgorante esordio che meritò una montagna di premi tra cui l’Oscar come miglior film straniero.

Cirkus Columbia non è No Man’s Land, ma riesce parimenti a dimostrare l’insensatezza della guerra, riflettendo con nostalgia sull’attimo prima dell’esplosione, quando il dialogo avrebbe potuto evitare l’assurdo incontro tra due soldati bosniaci e uno serbo nella trincea di una terra di nessuno. Come ha avuto modo di dire il regista, questa nuova pellicola racconta “l’ultimo momento in cui siamo stati davvero felici”, la vigilia di una tragedia che ha messo l’uno contro l’altro gli amici e i fratelli. Attraverso la storia di una famiglia a pezzi, Cirkus Columbia mostra l’innesco della bomba che ha dilaniato i Balcani all’inizio degli anni Novanta, procedendo verso un cadenzato e credibile incupimento dei toni fino ad un finale poeticamente tragico e di difficile interpretazione. Ispirato ad un romanzo del giornalista e scrittore Ivica Djikic, pubblicato in Italia da Zandonai, il bel film di Tanovic è una preghiera per il futuro, un invito al dialogo pieno di affetto verso una terra che non potrà più essere la stessa.