Vorrei fare una riflessione sulle ultime vicende del nucleare italiano. Ha fatto molto scalpore la dichiarazione di Berlusconi sulla volontà di cancellare il referendum per evitare un fallimento evidente del programma governativo. Tuttavia, lo stesso discorso era già stato fatto dal responsabile diretto del progetto, il ministro Romani, in occasione del voto sul decreto “omnibus” che includeva l’emendamento killer sull’apertura alla generazione energetica da fonte nucleare, senza che la notizia avesse lo stesso clamore. Le intenzioni del governo erano chiare da tempo e con il recente voto blindato ha messo a tacere qualsiasi dubbio, pur restando aperta la questione dell’illegittimità del decreto stesso.

Non voglio vestire i panni dell’allarmista, ma gradirei riportare i piedi per terra di chi ritenga che basti eliminare politicamente Berlusconi per poter scongiurare il programma nucleare italiano.

La pagina del “nuovo” nucleare italiano si apre nel 2003 con un decreto del ministro Marzano, che permette all’Enel di investire su progetti nucleari all’estero, così come a Edf (“la maggiore azienda produttrice e distributrice di energia in Francia”) di entrare – seppur società a capitale quasi completamente pubblico – nel mercato italiano.

Da un lato il governo Berlusconi allentò il guinzaglio all’Enel per permetterle di investire in progetti come quello in Slovacchia, di una centrale priva di guscio di contenimento – al di fuori di qualsiasi standard costruttivo moderno – tanto gli eventuali danni causati dall’impianto sarebbero stati protetti dalle agenzie di credito all’esportazione, ovvero pagati dal contribuente italiano. Dall’altro, in un mercato rimasto silente dal 1987, si permetteva l’ingresso degli operatori d’oltralpe (Areva in testa), i quali spingevano Sarkozy ad un accordo che vincolasse le eventuali scelte italiane all’uso dei reattori francesi, invece di quelli americani.

In gioco ci sono interessi forti. Grandi società in grado di esercitare pressione sui governi, tanto da far intraprendere la strada fallimentare del nucleare di terza generazione, in controtendenza con il resto del mondo, dove le poche centrali in costruzione (a parte rarissimi casi) sono unicamente previste per rimpiazzare quelle ormai obsolete, solo per posticipare la complessa operazione di phase-out che una tale tecnologia impone per i costi, le evidenti difficoltà tecniche, i problemi legati alla sicurezza e alla gestione ancora irrisolta delle scorie. Tutto questo per un settore che dona unicamente il 2,2% reale di energia nel mondo, sprecando completamente la componente termica prodotta e limitandosi ad immettere in rete unicamente elettricità, che rappresenta circa il 23% del fabbisogno totale di energia nazionale. Altro che bolletta meno cara.

Gli italiani non sono da convincere, con tutta la campagna propagandistica del governo negli anni passati (con Scajola in testa che annunciava energia a prezzi stracciati, forse convinto che la restante parte della bolletta venisse pagata da Anemone a nostra insaputa) la percentuale dei contrari all’energia atomica è sempre stata superiore al 55% con picchi di oltre l’80%, ben sufficiente ad evitare tutta questa bagarre, qualora a deciderlo fossero dei veri rappresentanti del popolo.

Al di là dell’evidente valore politico che assume l’eventuale cancellazione del quesito –  indebolendo gli altri due di minor presa sulla partecipazione di massa – è ignobile che si proceda all’annullamento dell’opportunità di raccogliere l’opinione popolare riguardo un argomento su cui si era già espressa e aveva dimostrato ampiamente di esserne contraria.

Ancora più infimo è dimostrare che, per il governo, il programma energetico nazionale possa aspettare due anni (il tempo, secondo loro, per i risultati degli stress test europei su centrali che non hanno nulla o poco a che fare con quelle previste in Italia), visto che a parte quella fallimentare sul nucleare, le altre iniziative sono volte solamente a bloccare il mercato. Lo dimostra la recente inversione di rotta sugli incentivi al fotovoltaico, che ha solo in minima parte modificato il regime, ma è bastata per provocare effetti disastrosi, tanto da rallentare il mercato mondiale del fotovoltaico, di cui l’Italia da qualche anno è ai primi posti per potenza installata e trend di crescita.

Gli impegni presi con l’Ue sono di portare la quota energetica delle rinnovabili al 17%, impresa ardua che necessita una politica energetica aggressiva sia sul fronte dell’efficienza e del risparmio, che della generazione da fonti rinnovabili, non una pausa di riflessione per poi tornare a parlare di nucleare.

Il segnale da mandare deve essere chiaro. Un voto seguendo l’esempio dei nostri amici sardi, un chiaro segnale alla politica sorda e corrotta che il livello è stato raggiunto… anzi, superato.

Io voto Sì per fermare l’ennesimo stupro al nostro Paese: Sì contro il nucleare il 12 e 13 giugno, sulla scorta delle parole di Edmund Burke, che diceva: “L’unica condizione necessaria a far trionfare il male è l’inattività degli uomini buoni”. Attiviamoci.