At-Tuwani è nel sud della Cisgiordania, abitato da palestinesi generosi e ospitali che vivono sotto l’oppressione dell’occupazione militare israeliana e dei continui soprusi dei coloni degli insediamenti che sorgono a un tiro di schioppo del villaggio, fin dalla boscaglia dove ci sono i container di un avamposto (il metodo usato dai coloni per allargare sempre di più l’insediamento). Soltanto due giorni fa il premier israeliano Benjamin Netanyahu, negli Usa, ha negato la possibilità di uno Stato palestinese entro i confini del ’67 (come auspicato da Obama) e ha riaffermato l’irrinunciabilità alle colonie. La si può pensare come si vuole al riguardo, ma non si può negare la difficoltà oggettiva di creare uno Stato con pezzi del Paese confinante al proprio interno. Con strade che possono percorrere soltanto gli abitanti di queste “isole”, in una situazione di vero apartheid.

Sono stato ad At-Tuwani un mese fa e ho conosciuto, oltre agli abitanti del villaggio, i volontari di Operazione Colomba, presenti sul posto dal 2004, anche loro tutt’altro che pericolosi terroristi. Riferiscono questo fatto accaduto l’altra notte. E’ solo la fotografia di un particolare. Nessuno sulla questione israelo-palestinese ha la verità in tasca, soprattutto credo ben pochi possano averla da questa parte del mondo.

Lunedì 23 maggio, l’intelligence israeliana è entrata ad At-Tuwani, scortata da circa quindici soldati. Nell’operazione i militari israeliani hanno invaso la casa di un leader locale, hanno chiesto che gli abitanti cessassero le loro resistenza nonviolenta, minacciando ritorsioni qualora i palestinesti avessero persistito nel far valere i propri diritti sulle terre.

Verso le 7 di sera, due veicoli militari e circa una quindicina di soldati sono entrati nel villaggio. I primi soldati hanno invaso la casa di uno dei leader del comitato di resistenza nonviolenta. Con le armi spianate e pronte a sparare hanno ispezionato le stanze e i dintorni. Contemporaneamente quattro uomini in abiti civili, ma con equipaggiamento militare e fucili d’assalto, hanno sistematicamente avvicinato uomini adulti per interrogarli. I quattro uomini, successivamente identificati come agenti dei servizi segreti hanno chiesto indirizzi, numeri di telefono, luoghi dei rapporti di lavoro e diversi dettagli personali.

Il personale dell’intelligence ha interrogato anche gli abitanti dei villaggi sulle recenti manifestazioni ed azioni dirette svolte dalla comunità ed ha chiesto che i palestinesi cessassero la loro resistenza nonviolenta. “Vuoi diventare padre di un martire?” hanno chiesto ad uno dei leader, lasciando intendere che le forze di occupazione potrebbero rivalersi sui loro bambini.

Né soldati né ufficiali dei servizi segreti hanno dato alcuna spiegazione riguardo l’operazione militare e l’ingerenza prolungata nella privacy delle persone. Quando gli è stato chiesto perchè si trovassero nel loro villaggio, gli uomini armati hanno risposto solo “E’ il nostro lavoro”.
Gli agenti hanno anche chiesto che gli internazionali si astenessero dal fare qualunque fotografia degli eventi, senza mostrare alcun mandato o documento d’identificazione.
L’intelligence ha anche minacciato di chiamare la polizia locale per far arrestare gli internazionali.
L’operazione è durata più di due ore.