“La crisi ci costerà 160 miliardi di Pil”. Dopo l’Istat, che ieri ha rivelato come l’Italia sia il fanalino di coda dell’Europa, oggi è la Corte dei Conti a bocciare le politiche attuate dal governo. In particolare sul controllo del Debito Pubblico. E sentenzia: “E’ impraticabile la riduzione delle tasse”. Per buona pace degli slogan elettorali del Presidente del Consiglio.

Non solo. Il Rapporto 2011 della Corte dei Conti lancia un vero e proprio allarme per il Belpaese. E avvisa l’esecutivo: senza una manovra economica che avvii una reale crescita l’Italia è a rischio depressione. Si deve “accelerare sulla riforma, tagliando esenzioni e agevolazioni”.  Inoltre nella lotta all’evasione, che ha raggiunto livelli di punta Ue, “ci sono ancora ampi spazi di azione”.

Per rispettare i vincoli Ue l’Italia dovrà ridurre il debito di circa 46 miliardi l’anno. Il calcolo è contenuto nel Rapporto 2011. La magistratura contabile sottolinea come vada tenuto conto delle implicazioni dell’inasprimento dei vincoli europei, ed in particolare della nuova regola secondo la quale i Paesi che registrano un rapporto tra debito pubblico e Pil superiore al 60% dovranno ridurre lo scarto fra il dato effettivo e questo valore soglia di un ventesimo all’anno, che per l’Italia corrisponde al 3% l’anno, pari a circa 46 miliardi. Nel rapporto le simulazioni evidenziano come con l’ipotizzata continuazione di tassi di crescita “molto modesti, il rispetto dei vincoli Ue richieda un aggiustamento di dimensioni paragonabili a quello realizzato nella prima parte degli anni ’90 per l’ingresso nella moneta unica”. Tuttavia, a differenza di allora, sottolinea la Corte dei Conti, “gli elevati valori di saldo primario andrebbero conservati nel lungo periodo rendendo permanente l’aggiustamento sui livelli della spesa, oltre che impraticabile qualsiasi riduzione della pressione fiscale, con la conseguente obbligata rinuncia a esercitare per questa via un’azione di stimolo sull’economia”.

“Non è sufficiente che la spesa primaria rimanga costante in rapporto al prodotto, e neanche che rimanga costante in termini reali. E’ necessario che si riduca in termini reali, rispetto a livello, già compresso, previsto nel Def per il 2014. Non essendo quindi sufficiente limare ulteriormente al margine la spesa pubblica occorre interrogarsi su quelli che possono realisticamente essere i nuovi confini ed i nuovi meccanismi dell’intervento pubblico nell’economia”.

Sul fronte recupero evasione fiscale la Corte “indica le inaccettabili dimensioni della non compliance” e ciò dimostra “che gli spazi da recuperare a tassazione sono ancora molto ampi”. Servono comunque “azioni idonee a favorire il consolidamento di comportamenti di massa più corretti”. Questo perchè “gli effetti finanziari del contrasto all’evasione fiscale potranno continuare ad essere determinanti nella misura in cui si riuscirà a trovare il necessario equilibrio tra l’azione repressiva e l’induzione alla tax compliance”. La Corte dei Conti rileva come nel recente passato si sia ridotto il ricorso alle entrate una tantum ricorrendo viceversa “all’intensificazione e al potenziamento delle attività di contrasto all’evasione”. L’analisi dei risultati conseguiti “conferma l’efficacia degli strumenti utilizzati anche se interrogativi si pongono sulla loro capacità di assicurare anche per il futuro la tenuta del livello complessivo dell’entrata”. Questo – secondo i magistrati contabili – “vale per i proventi da giochi e i risultati in materia di riscossione per i quali sono da attendersi difficoltà via via maggiori per continuare a realizzare gettiti significativamente crescenti. Per quanto riguarda il gettito da lotta all’evasione “questa componente ha portato “circa 63 miliardi, il 58,5% delle maggiori entrate nette complessive stimate dal 2006 al 2013 ma con un crescendo che nelle manovre 2009 e 2010 attribuisce alla lotta all’evasione la quasi totalità delle maggiori entrate previste”. La Corte dei Conti ricorda le dimensioni del fenomeno: come stimato dall’Istat l’economia sommersa potrebbe aver raggiunto nel 2008 la quota del 17,5% del Pil ossia 275 miliardi interrompendo la tendenza al ridimensionamento avviata 7 anni prima”.