Una proposta da appoggiare “con tutto il cuore”. Un approccio “pragmatico”. “Potrebbe far perdere il voto ebraico”. Il giorno dopo l’appello di Barack Obama perché Israele torni ai confini del 1967 – quelli precedenti la guerra dei Sei Giorni, prima dell’occupazione di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e di Gaza – il mondo ebraico americano discute e si divide. Non si tratta di un fatto da poco. L’appoggio degli ebrei Usa a Obama e ai democratici – in termini di voti, finanziamenti, influenza sull’opinione pubblica – sarà un elemento essenziale per la rielezione del presidente nel 2012.

Nel 2008 gli ebrei hanno rappresentato il 2% dell’elettorato statunitense. Il 78% votò, allora, per Obama. Quella massiccia preferenza accordata al candidato democratico non sorprese nessuno. Gli ebrei americani costituiscono una delle comunità tradizionalmente più liberal e progressiste d’America, soprattutto nei centri urbani. E i democratici hanno sempre ricambiato l’appoggio, trasformandosi nei più strenui sostenitori dello stato d’Israele (laddove i repubblicani, soprattutto prima dell’11 settembre, hanno spesso coltivato una politica vicina alle élite arabe).

La vicinanza politica si è ovviamente tradotta in sostegno finanziario. Per la campagna 2008, Obama ha ricevuto dai gruppi di azione pro-Israele più di un milione di dollari (cui ovviamente si devono aggiungere i finanziamenti dei comitati genericamente ebraici). Quel sostegno si è mantenuto costante in questi anni, a prescindere dall’emergere di fatti e strategie non esattamente in sintonia con il sentire degli ebrei americani: i rapporti un tempo strettissimi tra Obama e il reverendo accusato di antisemitismo, Jeremiah Wright; la freddezza sempre più esibita, evidente, tra il presidente e il premier israeliano Benjamin Netanyahu.

Appare quindi particolarmente interessante capire cosa succederà ora che Obama ha chiesto con particolare enfasi al governo di Gerusalemme di tornare al 1967. Le implicazioni della proposta le ha descritte molto chiaramente Dore Gold, ex-ambasciatore israeliano all’Onu: “Israele oggi è largo 45 miglia. Se ci fate tornare ai confini del 1967, ci restringiamo a 8 miglia”. E’ un esito destinato, con ogni probabilità, a suscitare le preoccupazioni di buona parte del mondo ebraico americano, anche di quello tradizionalmente democratico. “Se Obama dovesse mantenere questa proposta per il prossimo anno di campagna elettorale, potrebbe pagare in termini di voto ebraico”, spiega Abraham Cooper, rabbino del Simon Wiesenthal Center.

Ben consapevoli dei rischi per il 2012, gli uomini dell’amministrazione si sono già mobilitati. Michael Adler, un costruttore edile di Miami, grande collettore di finanziamenti per i democratici, ha chiesto di vedere Jim Messina, direttore della campagna elettorale di Obama, e gli ha chiesto di essere “particolarmente attivo” nel contrastare l’impressione che Obama abbia abbandonato Israele. Messina ha quindi chiesto a Penny Pritzker, direttrice finanziaria della campagna di Obama nel 2008, di incontrare i leader dei gruppi ebraici, per rassicurarli sulle intenzioni del presidente.

Si sono anche mossi i principali gruppi ebraici di area democratica. L’organizzazione J Street ha detto di “appoggiare con tutto il cuore” la proposta del ritorno ai confini del ’67. Il National Jewish Democratic Council l’ha definita “pragmatica, ben lontana dal radicalismo anti-israeliano”. La mobilitazione indica però la preoccupazione di fronte a quello che molti commentatori definiscono “il lancio dei dadi” del presidente. Anche perché, dall’altra parte, si sono già mobilitati. “Obama ha gettato Israele sotto un autobus”, ha detto Mitt Romney. “L’idea di Obama è un errore pericoloso”, ha spiegato Tim Pawlenty. Entrambi, Romney e Pawlenty, saranno probabili sfidanti repubblicani di Obama nel 2012. In concorrenza per il voto, e i finanziamenti, degli ebrei Usa.