L’altra sera a Porta a Porta, in una puntata dedicata all’elaborazione del lutto per l’imminente fine del Berlusconismo, mentre era palese l’ansietà di personaggi senz’arte né parte a rischio di ritornare negli anfratti da cui li aveva tratti l’arruolamento come mazzieri a libro paga nella compagine governativa, spiccava la mascherina compunta di Enrico Letta nell’abituale tenuta da bancario; la cui unica preoccupazione era quella di smentire le critiche a Pisapia di non essere sufficientemente “moderato”.

Sarebbe finalmente ora di smetterla con questa invereconda definizione. Moderato, ma che significa? Forse il non prendere mai una posizione netta, tipo sì/ma, no/però? Vuol dire sussurrare con voce flautata amene banalità e luoghi comuni? Non disturbare il manovratore (o – a scelta – gli interessi dominanti)? La moderazione come sinonimo di impalpabilità. Ma anche sintomo dell’ipocrita ricerca dell’indeterminatezza allo scopo di acchiappare consensi a largo raggio. Insomma, l’apoteosi del “non dire” come cinica tecnologia del potere.

Tra l’altro – per quanto riguarda la fauna di regime – una sorta di autocertificazione truffaldina; per cui sarebbero “moderati/e” erinni affette da prognatismo psicosomatico alla Santanché, carrieristi del ronzio molesto a scopo interruttivo del ragionamento altrui, tipo l’onorevole Stracquadanio (facile la battuta: però facendo così ci straguadagna pure; e così si toglie la fame atavica delle antiche militanze pannelliane), la strega Nocciola Tiziana Majolo e – udite, udite – financo un ex paninaro picchiatore compulsivo, oggi prevalentemente scalciatore, che fa il ministro con il nome di La Russa. Fuori tempo massimo la Letizia Brichetto, moderata dal tempo del suo massimo successo manageriale, il dovizioso matrimonio con un petroliere di seconda generazione, eppure inceppata nel moderatismo lanciatore di fango da una congenita legnosità.

Avanzo una proposta: a questo punto bisognerebbe accogliere a fischi, pernacchie e lanci di ortaggi vari ogni teorizzatore petulante che ci intrattiene sul valore sacrale della moderazione acchiappacitrulli. Perché le amministrative ci hanno detto chiaramente che di questi fasulli e/o imbroglioni in abito “moderato”, da sera o da lavoro (sporco), non ne possiamo proprio più. Che abbiamo una gran voglia di ascoltare e partecipare a discussioni in cui si esprime qualcosa, magari di duro e provocatorio ma certamente esplicito e riconoscibile; non di affondare in una brodazza immonda di parole senza senso, ululati e borborigmi.

Speriamo che i dirigenti del Pd, rinvigorito dal successo che dipende dall’aver perso le primarie interne e – quindi – di essere stato costretto ad affrontare le elezioni con candidati diversi dagli idealtipi lemure o animuccia che tanto gli piacciono, abbiano davvero capito la lezione. Che può essere sintetizzata in due punti:
A) l’orrido Berlusconi può essere battuto se si è capaci di sfondare la gabbia di parole con cui è riuscito a imprigionare la politica (e “moderato” è una di queste), liberandosi dalle pastoie di regole comunicative imposte dall’avversario;
B) la riprova che qualsivoglia proposta politica non può prescindere dalla credibilità di chi se ne fa portatore. Ad esempio possiamo convenire che Luigi De Magistris intende realmente moralizzare Napoli, non certo se lo avesse detto Andrea Cozzolino, vincitore di primarie partenopee col broglio.

Ora Pisapia e De Magistris sono in pole position per tagliare il traguardo finale. L’unico inciampo sul loro cammino può venire dalle fisime di chi dovrebbe appoggiarli ma teme di non apparire abbastanza moderato. Anche perché – nel proprio intimo – sogna l’alleanza (appunto, moderata) con il Terzo Polo del furbacchione di scuola demoforlaniana Pierferdy Casini e dell’omino Facis sbrindellato Gianfranco Fini, che hanno dimostrato di avere un peso elettorale sostanzialmente infinitesimale; ma che si sono conquistati agli occhi del Pd, affetto dall’inestirpabile “sindrome dell’ospite in casa altrui”, il titolo di inappellabili certificatori dell’agognata moderazione. La via maestra per l’insuccesso.