Non so se vi è mai capitato di notare uno strano fenomeno, che si ripete ormai da qualche anno, e che si colloca orientativamente a cavallo in quella stagione particolare che è la P/E (Primavera-Estate). E’, questo, un periodo di fioritura, di allergie, ma soprattutto di rinnovo del guardaroba. In cui ci si trova un po’ tutti forzati di fronte a un bivio: bisogna disfarsi delle coperture vetero invernali e approcciare le novità estive.

Un momento cruciale per l’industria della moda, che deve conquistarsi i gusti degli acquirenti normali e (magari!) anche delle fashion-victims. Come diffondere il verbo labile e fluttuante dei trend nel minor tempo possibile e nella maniera più efficace? Per mezzo di paginoni e paginoni di pubblicità che inondano numeri all’improvviso ipertrofici di riviste e settimanali (soprattutto femminili).  Niente di diverso, si dirà, rispetto a ciò che capita a ogni cambio di stagione. E invece no. Da qualche anno si sta affermando una tendenza a dir poco abominevole, quella di dedicare numeri quasi monografici (dal punto di vista pubblicitario) non più soltanto a proposte di vestiario rivolte ad adulti, bensì specificatamente a bambini.

Bè, non so a voi, ma a me sfogliare queste pagine di giornali, e ritrovarmi davanti dei baby-modelli (si parla di alunni da Scuola Primaria), fa un effetto straniante. Sia per il numero impressionante di pubblicità presenti, ma anche per il modo in cui questi modelli mignon vengono presentati. L’infanzia sparisce, e viene sostituita da una imitazione parossistica della vita adulta. Piccoli innamoramenti. Balli della mattonella. Baci sulla bocca (sì, pure quelli). Pose artefatte. Trionfo della spersonalizzazione. Mi si dirà: ma sono immagini giocate sul filo dell’ironia, che ricreano situazioni da adulti ma per gioco e divertimento, un po’ come fa la bambina che si traveste con i vestiti e i trucchi della mamma. Sarà, ma io questa innocenza di intenti non riesco a coglierla. Quello che vedo sono bambini agghindati da adolescenti (e poi adolescenti agghindati da adulti), chiamati a interpretare (con quanta consapevolezza del gioco è tutto da vedere) delle situazioni estranee alla loro realtà quotidiana. Quello che vedo è un tentativo odioso di commercializzare l’infanzia e la prima adolescenza, omologandola a un certo modo di vestire, dettato da una serie di griffe che si propongono di firmare la divisa della normalità, dell’integrazione, dello status simbol popolare. Quello che vedo è un tentativo di plagio, che si basa sul più subdolo dei meccanismi pubblicitari, ovvero creare un bisogno artificiale (che prima non c’era) e poi fornire la soddisfazione a quel bisogno. Vesti il tuo bambino così, e farete parte anche voi di questo mondo dorato. Dopo la famiglia del Mulino Bianco, la famiglia della Griffe d’Oro.

Ebbene, amare la moda, è una cosa bella. Ma è una cosa che richiede intelligenza critica. La capacità di misurare il valore di ciò che si è, e di ciò che sono gli altri, non da ciò che si indossa ma da come si pensa o si parla o ci si comporta. La capacità di usare un vestito non come un’arma per stabilire una gerarchia tra sé e gli altri, ma come un mezzo per sentirsi più a proprio agio con se stessi e quindi anche con gli altri. La capacità, infine, di costruirsi un gusto personale che rispecchi la propria individualità, senza essere indottrinati, suggestionati, plasmati sin dalla più tenera età. Per questo le pubblicità rivolte agli adulti hanno un senso e una funzione. Al contrario, le pubblicità che sfruttano modelli minorenni sono pericolose, perché traghettano l’idea che se vuoi essere cool, se vuoi essere in, devi vestirti già dai banchi di scuola in un determinato modo; un’idea violenta e potenzialmente razzista. Come sono violente (e tutt’altro che ironiche o poetiche) le immagine patinate di questi bambinetti ridotti a manichini in miniatura di abiti griffati. Forse, ci vorrebbe una legge che regoli finalmente questo settore. Forse, dopo il corpo delle donne, bisognerebbe cominciare a occuparsi anche del corpo dei bambini. Senza andare troppo lontano, cominciando dalle pagine della rivista che si tiene in borsa o sul comodino.