Wadi Khaled è un paesino del nord del Libano, al confine con la Siria. Il regista Christophe Karabache ha raccontato in un film indipendente la vita dei suoi abitanti, per la maggior parte beduini, ai margini della società libanese. Tra gli abitanti di Wadi Khaled e quelli di Tell Khalakh, in Siria, ci sono forti legami familiari, tutt’altro che cancellati da un confine ereditato dalla fine del mandato francese su Siria e Libano, dopo il crollo dell’impero Ottomano alla fine della prima guerra mondiale.

Naturale quindi per gli abitanti di Tell Khalakh trovare rifugio oltre frontiera, quando esercito e polizia hanno stretto la città per fermare le proteste contro il regime siriano. Gli ultimi profughi sembrano essere riusciti a passare la frontiera ieri, nonostante le forze siriane abbiano aperto il fuoco e ucciso una donna, siriana, mentre provava a superare il confine. Secondo alcune agenzie di stampa, sarebbero almeno diecimila i cittadini siriani rifugiati in Libano, dall’inizio della repressione, ormai più di due mesi fa. Oltre alla donna uccisa ieri, altre cinque persone sono rimaste ferite, tra cui un soldato libanese, colpito, sembra, da colpi provenienti dal lato siriano del confine.

A Tell Khalakh, intanto, il pugno duro di Bashar Assad ha causato la morte di almeno sette persone. Secondo l’emittente panaraba Al Jazeera, le forze siriane stanno colpendo la cittadina con mortai e artiglieria e ci sono carri armati attorno al centro abitato. Le truppe siriane sono entrate a Tell Khalakh (20 mila abitanti) sabato mattina dopo le proteste anti-regime del venerdì e hanno cercato immediatamente di bloccare la via di fuga verso il Libano, che dista appena cinque chilometri. Nonostante il cordone messo in piedi dall’esercito di Damasco, almeno duemila persone sono riuscite a superare il fiume Kabir, che segna il confine. Chi riesce a superarlo, racconta di un assedio molto stretto, con morti lasciati nelle strade e decine di persone ferite dai cecchini. Alcuni profughi sono arrivati in Libano portandosi appresso persone ferite alla testa.

La sorte dei rifugiati, però, è tutt’altro che rosea. Stando al resoconto di alcuni testimoni locali, ripreso dalla stampa internazionale, nel corso delle ultime ore soldati libanesi e agenti dei servizi di sicurezza del paese dei cedri avrebbero rastrellato i rifugiati dalla Siria per rispedirli oltreconfine. Attorno a Wadi Khaled sono già operativi diversi check-point dove le auto sospette vengono fermate, per evitare che i rifugiati lascino la zona e cerchino rifugio in altre città libanesi a cominciare dalla non lontana Tripoli, sulla costa del Mediterraneo.

Secondo fonti dell’intelligence libanese, citate dal quotidiano britannico The Guardian, il governo di Damasco starebbe esercitando «enormi pressioni» su Beirut (dove al momento manca un governo) per evitare che i rifugiati trovino accoglienza. Inoltre, dal confine libanese starebbero arrivando armi ai gruppi di opposizione siriani, con il rischio di trasformare la protesta anti-regime in una guerra civile dai connotati etnici e religiosi. Per il Libano sarebbe lo scenario peggiore, perché dati i legami politici e storici tra i due paesi, un’eventuale esplosione in Siria potrebbe facilmente contagiare il fragilissimo mosaico libanese, con esiti del tutto imprevedibili. Tripoli, principale città del nord del Libano e seconda città del paese, ospita infatti una nutrita minoranza alauita – come la famiglia Assad – all’interno di una forte maggioranza sunnita, favorevole alla coalizione libanese guidata dall’ex primo ministro Saad Hariri, che non ha mai fatto mistero della sua ostilità alla Siria. Hariri e il suo entourage hanno apertamente accusato Damasco di essere dietro l’attentato che il 15 febbraio del 2005 costò la vita a Rafiq Hariri, primo ministro libanese e padre di Saad. Il regime siriano ha ripetutamente accusato “formazioni esterne” di alimentare la protesta dei cittadini. L’accusa potrebbe essere riferita proprio ai gruppi sunniti libanesi ansiosi di vedere crollare il regime di Assad. Il presidente siriano, però, non sembra intimorito né dalle nuove sanzioni internazionali né dalle voci di condanna che ormai arrivano da tutto il mondo. Anzi. Secondo alcuni siti di intelligence, Damasco starebbe preparando addirittura l’ingresso di alcune unità dell’esercito in territorio libanese per togliere ai manifestanti le retrovie di appoggio su cui finora avrebbero potuto contare. Una mossa così disperata, tuttavia, potrebbe avere conseguenze disastrose, specialmente dopo che, colto di sorpresa dalle proteste di domenica 15 per l’anniversario della Nakba palestinese, il governo israeliano ha disposto il rafforzamento delle guarnigioni ai confini settentrionali di Israele e sulle Alture del Golan.

Joseph Zarlingo Lettera 22