«Ci sono molti che non osano uccidersi per paura di quello che diranno i vicini». Chissà, magari è stata proprio la lettura di questa frase di Cyril Connolly – il grande critico letterario inglese, compagno di scuola di George Orwell – ad aver influenzato un anonimo quarantenne pugliese finito nelle cronache. La settimana scorsa, infatti, deciso a suicidarsi, prende l’auto per spingersi a Roma.

Una volta arrivato nella capitale, deve aver pensato: che fretta c’è? Così decide di abbordare tre trans. E con loro si rinchiude per una due giorni a base di sesso e droga. Ma una delle trans, con la complicità delle altre due, gli prende il cellulare, lo filma in pose non propriamente innocenti, e poi lo ricatta.

“O ci dai cinquantamila euro, oppure mandiamo il video a tutti i tuoi contatti”. E così è stato. Tutti gli amici e conoscenti della rubrica dello sfortunato pugliese ricevono il filmato con le perversioni del nostro. Vabbè, si dirà: e chi se ne importa? Non erano del resto le ultime viziose volontà di un autocondannato a morte? E invece no. A quel punto gli intenti suicidi scompaiono. Ma non l’umana e bizzarra tragedia.

Per capire com’è andata al nostro sfortunato protagonista è necessario uno sforzo d’immaginazione. Bisogna provare a capire cosa può aver pensato in quei momenti. Prima di tutto, nella pianificazione. Una volta giunto nella capitale, ha avuto dubbi? Si è chiesto: e ora che si fa? come ci si suicida? Se fosse stato giapponese forse non avrebbe avuto problemi. Loro lo chiamano Seppuku. Oppure, più volgarmente, Harakiri. È il suicidio rituale, quasi sacralizzato, che ha una lunga storia fra samurai e codici guerrieri come l’Hagakure. Un suicidio anche estetico, fatto con metodo e rigore. E poi che non comporti troppo disagio per la collettività. Per questo vi è un tutta una pianificazione, un lasciar le cose in ordine, per poi magari andare nella foresta ai piedi del Monte Fuji, l’ormai famosa Aokigahara, tristemente nota per esser il teatro di decine di suicidi all’anno e definito «il posto perfetto per morire».

Il nostro, invece, sceglie la sua personale “foresta”: Roma. Chissà poi perché. Però, a guardare bene, una ragione storica forse la si può trovare. Seppur non abbiamo nulla a che fare con la tradizione giapponese del suicidio rituale, nell’antichità romana (come anche in quella greca) vi sono stati un certo numero di suicidi a testa alta. Seneca, Lucano, Petronio, Cornelio Gallo, Lucrezia, Bruto e molti altri, preferirono l’estremo gesto a una morte indegna o indecorosa. O Plinio il vecchio, che sorpreso dall’eruzione del Vesuvio cui si era avvicinato per osservarla meglio, piuttosto di fuggire in maniera scomposta preferì lietamente stendersi e aspettare il proprio destino.

Vi furono anche i suicidi per coerenza. È il caso di Caronda di Catania, grande legislatore ricordato per le sue leggi severissime. Fra tutte, basti ricordare quella per fare in modo che durante le assemblee pubbliche non venisse presa la parola tanto per dir qualcosa: allora Caronda prescrisse che tutti coloro che volevano proporre un emendamento, lo facessero con una corda al collo, in modo tale da esser pronti nel caso fosse giudicata inutile e perditempo (forse per questo si ricordano pochissime discussioni sulle sue leggi). Immaginate una simile usanza nelle nostre aule? Comunque Caronda, seppur severo, era uomo di parola: aveva disposto la pena di morte per chi partecipasse armato alle assemblee. Una sera, tornando in città, vide un’assemblea ed entrò senza accorgersi che aveva ancora la spada al fianco. Appena gli fu fatto notare, la estrasse e si uccise all’istante.

Ma son passati duemila anni. Figuriamoci se una questione pubblica, d’onore o di parola, possa esser lontanamente presa in considerazione come movente di un suicidio. L’Italia ha sviluppato un sistema immunitario alla vergogna che non ha pari. Ciononostante, non sappiamo se la vergogna c’entri con l’intento del nostro anonimo pugliese. C’entrava con i suicidi degli antichi romani, o anche con quelli dei giapponesi – come ci dice il bestseller di Wataru Tsurumi Manuale del perfetto suicidio.

Noi non abbiamo un libro che ci dica come ucciderci e venda milioni e milioni di copie. Per fortuna. Eppure l’aspirante suicida pugliese deve aver preso l’ispirazione per i suoi non proprio pii desideri. Anche lui infatti non vuol esser da meno a una certa ritualità, ma tutta nostrana. Se i kamikaze fondamentalisti islamici sono spinti a sacrificarsi, come noto, dalla promessa delle 72 vergini che lo aspettano dopo il suicidio, anche il nostro amico pensa a una ricompensa. Ma, si sa, di questi tempi la fiducia non la si conferisce così tanto su due piedi. Nemmeno al divino. Quindi perché aspettare un premio post mortem? Meglio assegnarsi questa ricompensa subito, in anticipo. Una sorta di caparra, una cambiale che intanto, nel dubbio, va a riscuotere. Perciò prima di dar seguito al suo intento suicida, decide di assaggiare il suo paradiso. Con tre transessuali.

Fatto sta che proprio questi due giorni finali di vizio sono, al tempo stesso, la fine e l’inizio della sua tragedia. È vero, ora non vuole più suicidarsi. Per capirne il motivo, valgono in questo caso le parole dello scrittore Jules Tellier: «Colui che dà un valore troppo alto alla gloria, all’amore, ecc., potrà desiderare di uccidersi per la rabbia di non ottenerli. Ma basta che poi piombi in una tetra e triste indifferenza nei loro confronti, e la perdita di ogni ragione di vivere lo riavvicinerà alla vita: vivet quia vivae causas perdiderit. La vita morale, riducendosi, smetterà di offuscargli la vita fisica. Attribuirà più importanza a quest’ultima e percepirà meglio l’orrore di vederla finire». In altre parole, i rimbambiti non si suicidano. E il nostro amico deve essersi sentito decisamente un rimbambito. O almeno la riduzione della moralità della sua vita lo deve aver riportato a mondane e più vitali urgenze. È proprio il ricatto, per una strana alchimia del paradosso, a salvarlo dal suicidio. Preso dal panico, si rivolge alla polizia. In lacrime racconta la storia, all’apparenza assurda. Scattano così le indagini, e alla fine le tre trans vengono arrestate e denunciate. Ed è proprio durante la perquisizione della loro casa che gli agenti della polizia trovano i risultati delle analisi del sangue delle tre da cui risulta che sono sieropositive.

Si è soliti dire che la storia si ripete due volte, una come tragedia e l’altra come farsa. In realtà la storia ci insegna che molto spesso, come in questo caso, farsa e tragedia vanno a braccetto.

Il Fatto Quotidiano, 14 maggio 2011