Il partito di Berlusconi di nuovo alle prese con le bizze del presidente uscente del quartiere Santo Stefano, roccaforte del centrodestra, che nel 2009 la spuntò, ma rischiò di mandare il quartiere a elezioni anticipate.

“Beppe Mioni non è il nostro candidato presidente e con la sua dichiarazione è fuori dal Pdl”. Fabio Garagnani, coordinatore cittadino del partito, interpellato dal Fatto Quotidiano, reagisce così all’uscita del presidente uscente del quartiere Santo Stefano, finora candidato solo come consigliere nella lista Pdl-Lega, e in pratica lo espelle dal partito. Il Pdl bolognese si trova a fronteggiare così un’altra grana nell’unica zona della città che potrebbe aspirare a conquistare, dopo aver dato prova, in campagna elettorale di divisioni e debolezze sfociate nella candidatura a sindaco di un leghista.

Mioni, che ieri mattina ha presentato ufficialmente la sua candidatura per guidare di nuovo la circoscrizione, era diventato presidente nell’unico quartiere che nel 2009 il centrodestra riuscì a strappare alle truppe di Delbono. Ora, indispettito dalla scelta come capolista di Ilaria Giorgetti e soprattutto dall’insistenza con cui i vertici del Pdl continuavano a proporla in queste settimane, è venuto allo scoperto. “Il 30 aprile avevo mandato una lettera al partito, spiegando la mia contrarietà alla candidatura della Giorgetti – spiega Mioni – ma avevo promesso che sarei stato zitto fino al voto di domenica”.

Martedì però c’è stata l’uscita del senatore Filippo Berselli, numero uno del Pdl in Emilia Romagna, che sulla stampa aveva dichiarato: “Se vinciamo, il presidente sarà Ilaria Giorgetti”. Da qui la reazione: “Non ci ho visto più – spiega Mioni –. Mi candido presidente. Ritengo di aver lavorato bene e di avere molta più esperienza della Giorgetti, che ha al suo attivo appena sei mesi di mandato come consigliera in una lista civica”.

Giorgetti, raggiunta al telefono, cade dalle nuvole: “Io penso che Mioni non si debba permettere di dire queste cose, non sta a lui giudicare. Comunque ho grande rispetto, è libero di fare tutte le conferenze stampa che vuole”, replica la capolista del Pdl. Più freddo Berselli, anche lui preso alla sprovvista: “Mioni si sta facendo pubblicità per essere eletto, ma se vinciamo la presidente sarà Giorgetti. Anche se stavolta – spiega il coordinatore regionale Pdl – sarà dura vincere”. Sul centrodestra pesano infatti le divisioni: le liste di Corticelli e Aldrovandi infatti corrono da sole.

Ma come funziona il voto? Nelle elezioni per i consigli di quartiere bolognesi prende la maggioranza assoluta dei seggi la lista singola che, in un unico turno, ottiene più voti. A decidere il presidente, non eletto direttamente dai cittadini come succedeva una volta coi sindaci, saranno poi i consiglieri, che nella prima seduta eleggeranno un suo membro. Solitamente (questo almeno succede di solito) il primo nome in lista è quello di chi viene indicato dal partito come presidente.

Due anni fa, nel luglio 2009, le divisioni nel Pdl rischiarono di mandare tutto all’aria. In una tragi-comica prima seduta del consiglio di quartiere l’elezione del capo della circoscrizione andò a monte: il giovane Mario De Dominicis, stravotato dai cittadini e indicato dai vertici Pdl, fu “impallinato” da alcuni consiglieri vicini al finiano Enzo Raisi, allora nel Pdl, ma in perenne lotta con il coordinatore cittadino Garagnani. I due si scagliarono pesanti accuse (Raisi consigliò a Garagnani “di fare una doccia fredda”, per calmare i nervosismi). Il senatore Berselli arrivò a minacciare gli “impallinatori”: “Se si va al voto anticipato butto fuori i dissidenti e mi candido io come capolista”.

Delle divisioni approfittò proprio Beppe Mioni, vecchia volpe di Forza Italia, ex consigliere comunale e noto per l’idea, durante la sua presidenza, di voler militarizzare il quartiere (soldati a fianco dei vigili urbani contro le baby gang). La scalata alla presidenza di Mioni riuscì e, poco prima delle ferie d’agosto, Garagnani e i vertici del partito dovettero ingoiare il rospo. La presidenza di Mioni tuttavia durò appena sei mesi, visto che il Cinzia-gate, oltre al commissariamento del Comune, provocò anche lo scioglimento automatico dei quartieri.

“Dobbiamo continuare il grande lavoro iniziato nei sei mesi della mia presidenza”, dice oggi Mioni.

David Marceddu