Continua la lunga partita dell’amministrazione comunale nei confronti della Difesa per la cessione delle aree militari cittadine – una vera città nella città – che Piacenza vorrebbe vedersi restituite nonostante la chiusura del Demanio e dello Stato maggiore dell’esercito.

Nel luglio 2010, infatti, il Comune fece recapitare al ministero della Difesa un complesso progetto di riqualificazione delle aree militari che ne prevedeva la dismissione in cambio di un nuovo Polo militare per l’esercito da realizzare all’interno dell’area Pertite, zona a cavallo della via Emilia pavese, lasciando proprio in quest’area anche 120.000 metri quadri di verde pubblico.

La richiesta del Comune nel dismettere le aree per la realizzazione di residenziale e verde poggiava anche le basi su uno stralcio della relazione ispettiva dell’Ispettorato del ministero dell’Economia che, nell’ottobre 2001, sosteneva come “gli ex stabilimenti Staveco e Pertite siano stati classificati come dismissibili a medio – lungo termine” , questo perché, continua la nota, “costituiscono oggi un onere a carico del bilancio dello Stato e concorrono a far lievitare le spese generali del Polo molto al di sopra degli standard praticati nel settore privato”. Insomma, lo Stato vuole disfarsi delle aree, in particolar modo di Staveco e Pertite, perché troppo onerose.

Sembra quindi che il Comune abbia la strada spianata per riuscire a mettere le mani su queste due aree che coprono diversi chilometri all’interno della città. Ma la posizione del ministero – in base a inediti carteggi tra militari e Difesa che svelano la complessità della partita – cambia drasticamente una volta aperta l’inchiesta sul generale Giuliano Taddei, fino al 2006 direttore del Polo di mantenimento pesante di Piacenza.

Il generale è infatti ritenuto responsabile di aver emesso false fatture per la bonifica del Polo di mantenimento quando rifiuti inquinanti risalenti anche al dopo guerra venivano sotterrati proprio sotto l’area della Pertite di via Emilia pavese. Dall’apertura dell’inchiesta, quindi, si blocca tutta la procedura di dismissione e la Pertite rientra nelle aree giudicate dal ministero come “indisponibili”.

Viste le accuse di violazione ambientale nei confronti di Taddei, il Comune chiede quindi di citare in giudizio anche il ministero della Difesa come responsabile civile nel processo per danno ambientale (il risarcimento chiesto ammonterebbe a quasi 10 milioni di euro), ma l’avvocatura dello Stato, con rappresentante Mario Zito, ha chiesto il 28 aprile scorso di rigettare la pretesa risarcitoria del Comune perché “giuridicamente infondata” visto che l’area in cui sono sotterrati i rifiuti (tossici e inquinanti) non rientra nelle disponibilità dell’amministrazione. Come se i rifiuti sotterrati all’interno della città – ma in un’area non di proprietà del Comune – non esistessero e, nel caso, non potessero produrre effetti come infiltrazione nelle falde acquifere o dispersione di materiale tossico nell’aria.

Non da ultimo, stando ai carteggi dei militari, si deve ancora procedere con la bonifica dell’area. Al 13 aprile 2011, data della relazione sull’attività di smaltimento e bonifica dell’ex Pertite, il generale Francesco Castrataro (il nuovo direttore del Polo di mantenimento) annotava come sia necessario richiedere per l’esercizio finanziario 2011 finanziamenti pari a: 1 milione 136.000 euro per la rimozione, cernita, selezione, vagliatura e smaltimento dei materiali; 894.000 per eventuale smaltimento di terre contaminate; 344.400 euro per la rimozione, cernita, selezione e vagliatura di materiali costituenti ‘cumulo A’; 78.000 euro per eventuale smaltimento di terre contaminate in ‘cumulo A’ oltre a 50.000 euro per lo smaltimento dei rifiuti e bonifica dell’ex Staveco. Quasi 2 milioni e mezzo di euro che devono ancora essere messi a bilancio e che, è possibile credere, non verranno recuperati nel breve termine.

A margine di questo, il prossimo 12 giugno, è stato indetto un referendum – quello per mantenere a verde l’intera area della Pertite e costato alle casse comunali poco più di 30.000 euro – e, sebbene si preveda un’alta partecipazione, la zona a ridosso della via Emilia non verrà sbloccata dal ministero rendendo vano il referendum, questo perché si avvalorerebbe la pretesa risarcitoria del Comune e si dovrebbe procedere con urgenza alla bonifica con un costo per lo Stato di quasi 15 milioni di euro.