La bandiera etiopePer mia fortuna, alle volte seguo una con-sorte che lavora in altri paesi e che si trova spesso e volentieri per il suo mestiere a Parigi. Io lì la raggiungo per un fine settimana che nel passare degli anni si è fatto sempre più curioso di quel che si può trovare, dice sempre mia moglie, “girando gli angoli, senza meta, da vero flâneur, sì, il girovago perditempo che in Parigi trova la sua città ideale, per mille motivi che non vi sto a elencare. Nel visitarla potrete sperimentare voi stessi, abbandonando qualsiasi atteggiamento da consumistico viaggiatore, mangiatore in egual misura di musei o della mostra tal dei tali come del non esattamente leggero e obbligatoriamente turistico croque-monsieur.

Prendete la metropolitana o i bus cittadini e cominciate a scendere dove non scendereste mai. Ne vedrete, come ne ho viste, di cotte e di crude. E col mestiere che faccio capirete quanto questo mi rapisca. Fermatevi per un Pastis o una pression o per un Panaché o soltanto per un uovo sodo nei loro café-brasserie di periferia, per poi rientrare verso Saint-Germain-des-Prés dove a piedi vi potrete spingere, subito dopo il Pantheon, nei pressi della Sorbonne, superando ristoranti còrsi e il più noto ristorante peruviano di Francia (ancora non mi ci sono mai fermato ma non mancherà l’occasione) per arrivare fino a rue de l’Ecole Polytechnique n° 8 dove la prima volta, vi giuro, mi sono fermato in un tardo pomeriggio, non per cenarvi (altri programmi mi obbligavano ad altro) ma attratto dai profumi che uscivano dalla loro porta socchiusa.

Sono entrato al Godjo, questa piccola trattoria, per chiedere il loro numero di telefono ed è stato lì, in una delle due cuoche, la più anziana, che ho visto il suo orgoglio, le sue certezze. Tutte le mie aspettative mi hanno obbligato a una prenotazione per il giorno successivo, che poi si è trasformato in uno ancora, e ancora e ancora. Per mangiare con circa 50 euro in due persone, un menù vegetariano e/o carnivoro fra i più entusiasmanti della mia vita: lenticchie, ceci, patate e barbe rosse stufate insieme, bietole, come un grossolano ragù di manzo con accanto uno stufato di pollo e uova. E ancora altri stufati bianchi con piccoli pezzetti di manzo, cucinati con le loro spezie e un piccante di cui vi verrà chiesto il quanto e il come, e dove io, imprudente ma felice, ne ho preteso una dose spericolata, per mangiare con le mani, senza forchette né coltelli, usando a cucchiaio l’injera, il loro pane che, come una morbida cialda leggermente acida, ha la doppia funzione di piatto nel sostenere tutte le vivande e che si trasformerà nell’ultimo saporitissimo boccone imbevuto di unti e bisunti che nello scrivere mi riscatenano potenti salivazioni. Nell’uscire non vi dimenticate di ringraziare la rara e commovente grande cuoca, maestra della meravigliosa alchimia della cucina etiope.

Nell’immagine, la bandiera dell’Etiopia