I Guignol sono una band di ispirazione punk/blues, con una marcata caratterizzazione autoriale. Propongono la loro idea di canzone con testi in italiano con la fisicità e l’impatto di un gruppo con un impianto rock solido, quindi un mix di rumore, lirismo e teatralità… Il nome “Guignol” proviene dal titolo del romanzo di Céline, “Guignol’s Band”, libro fra i più rappresentativi della letteratura del Novecento, che è anche il nome della marionetta che storicamente è un personaggio della satira popolare in Francia, riconosciuta per questo anche altrove nel mondo. Hanno un background artistico molto vario e diverso per ognuno degli elementi del gruppo, che va dal rock al folk, dalla canzone d’autore italiana, americana, francese al punk degli anni Settanta fino al post punk degli Ottanta e alla New Wave newyorchese, senza trascurare la loro passione per la letteratura e il cinema, che in qualche modo influenzano anche quel che scrivono e suonano. Il loro terzo album Una risata ci seppellirà, imbraccia “le armi” della satira e della parodia, dentro e contro il conformismo comune, la propaganda da regime, il populismo becero da videocrazia. 10 episodi narranti solitari lampi di vitalità, velleitari e isolati atti d’amore, flebili e remoti ricordi di ingenuità e genuinità perdute o svendute al cinismo, tragicomici, goffi tentativi di riscatto. Una risata grassa e amara su una disfatta umana e culturale, un arrivederci (forse) in un futuro migliore o perlomeno diverso.

“La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà”: la frase venne adottata dal movimento del ’77 italiano, che fu il vero 68 italiano. Il Maggio francese invece sottolineava “la fantasia al potere”. E voi, qual è il senso che date a questa citazione di Bakunin?
Magari la fantasia riuscisse almeno a inculcare un po’ di ragionevolezza al Potere! Il più delle volte viene vista come una minaccia al conformismo e all’omologazione di cui Potere è il più accreditato controllore. Non distruggerà il potere, ma alla lunga potrebbe far riflettere criticamente le persone che ne prendono contatto e in prospettiva far sperare in qualcosa di meglio per tutti. Una risata ci seppellirà perché è l’auspicio migliore che possiamo fare… se fosse già altro a seppellirci non saremmo qui a parlarne forse. Nel nostro caso, l’espressione di Bakunin l’abbiamo adottata e rigirata per intendere una presa di responsabilità verso il disastro in cui versa il nostro Paese, nel senso che ne siamo tutti coinvolti, a vario titolo, chi più, chi meno.

Come vivete il periodo storico che stiamo vivendo? Vi sentite fieri di essere italiani?
Lo viviamo con apprensione, con incertezza, quella che ci portiamo tutti i giorni appresso, spesso senza accorgercene, presi e persi nelle cose di tutti giorni, quelle che porti avanti per vivere, ma anche con piglio critico e vigile e con uno slancio propositivo come forse mai prima. A 40 anni siamo ancora qui con energie insperate ma fermamente convinti che la musica e la cultura possano migliorare la vita di ognuno e che questo Paese possa ancora cambiare nonostante tutto. Dobbiamo provare a crederci anche contro ogni evidenza, non c’è alternativa. Se ci sentiamo fieri di essere italiani? Per dirla alla Gaber, italiani per fortuna o purtroppo lo siamo… Sempre a patto di condividere un’idea di fierezza legata all’italianità, così come ad altra qualsiasi identità nazionale, difficile dirlo per quello che viviamo oggi. Molti italiani potrebbero però rispondere diversamente, non ponendosi minimamente alcuna questione. Forse dovremmo chiederci cosa siamo disposti a fare per vederlo cambiare questo Paese, perché, che ci piaccia o meno, è il nostro e abbiamo pieno diritto e dovere di volerlo diverso perché questa non è la sola Italia possibile.

Qual è la vostra opinione riguardo la situazione musicale italiana?
La situazione musicale italiana rispecchia vizi e virtù di questo luogo, ci sono cose bellissime e apprezzabilissime e cose desolanti, derivative al limite dell’imbarazzante o improponibili e indegne se prendiamo quelle propinate dalle sempre più miopi major e radio commerciali. Ci sono personalità creative e professionali molto valide ma spesso nessuna risorsa. Ci si arrangia il più delle volte tra provincialismi, cerchie, piccole clientele, piccoli sottoboschi dove ci si si accapiglia per le briciole. Siamo un popolo disgregato anche in ambito musicale, fossimo più coesi forse riusciremmo a farci sentire di più e a rappresentare meglio un settore che vede migliaia di persone impegnate vivacemente. Poi ci sono delle eccellenze che andrebbero tutelate meglio e sostenute… inutile chiedere questo alle istituzioni e alla politica che vedono la musica e l’arte in genere come una minaccia da debellare o semmai da assoggettare a un modello simile a quello televisivo.

Avete da poco concluso il vostro tour in giro per l’Italia. E il momento di fare il bilancio… Cosa porterete con voi di questa esperienza?
Il nostro tour è stato molto intenso e impegnativo, esaltante a volte e mortificante in altre. Questo fa parte del gioco ed è comunque sempre un privilegio portare davanti a un pubblico la propria musica anche se le questioni di cui sopra le abbiamo vissute sulla nostra pelle una per una. E’ stato il più lungo tour mai affrontato per tutta la penisola, Il bilancio è senz’altro positivo. Da questa esperienza abbiamo tratto quello che già un po’ sapevamo, semmai forse lo abbiamo affinato e consolidato: i Guignol procedono col loro passo poco curante delle tendenze e dei trend vari del momento, a volte un po’ sgraziato, l’attitudine inquieta, un po’ turbolenti, mai docili, sempre vitali. Così ci piace pensare di noi e così speriamo di poter proseguire.

L’11 maggio intanto verrà lanciato il nuovo singolo 12 marmocchi cantato con Cesare Basile e il relativo video è in anteprima esclusiva sulla pagina Facebook di XL. Dodici teppistelli in erba, ragazzetti di vita, stretti insieme come un pugno da una sorta di codice cameratesco, impenitenti e refrattari ad ogni falso pietismo oltre che avversi ad ogni forma di autorità. Tra Jean Jenet e Pasolini, attraverso l’affermazione di De André per cui si dovrebbe temere non tanto l’uomo solitario, vittima di se stesso, quanto quello “organizzato” all’interno di un sistema.