Tra le tante cose che si devono scoprire sul funzionamento del nostro cervello, su come microscopiche sinapsi elettriche stimolino nei neuroni pensieri, sentimenti, emozioni, ricordi; un grande mistero rimane da decifrare. Come sentiamo la musica? Come facciamo a “percepirla” nel corpo? Cosa ci prende così nel profondo?

Scientificamente, ancora non lo sappiamo. Quello che sappiamo, invece, è che ci sono alcuni che hanno un talento, un tocco magico, un dono naturale nello stimolare in noi emozioni con la loro musica.

Tra questi, un gigante alto 1 metro e 63 centimetri, morto a 36 anni lasciando 13 figli e milioni di adepti, festeggiamo oggi. L’11 maggio del 1981, a Miami, moriva Bob Marley. Simbolo globale, primo cantante proveniente dal terzo mondo, cresciuto solo con la madre a Kingston, in Giamaica, Marley ha lasciato dietro di sé non alcuni album e alcune canzoni, ma un vero e proprio movimento culturale; leader anche politico e mistico, non ha prodotto un esercito sterminato di fan, bensì schiere di seguaci, di “Buffalo Soldier”.

I suoi successi sono decine. Get Up, Stand Up; Soul Rebel; No Woman No Cry; I shot the sheriff; Stir it up; Jamming; Is This love; Natural Mystic, solo per citarne qualcuno – qual è il vostro “pezzo” preferito di Bob? Il mio è Rebel Music.

Pace, amore, diritti, fratellanza, libertà, il messaggio delle sue canzoni. Ma soprattutto, il ghetto, ha cantato Bob. Il ghetto di Kingston come simbolo contemporaneo dell’emarginazione, delle povertà, del razzismo; e il ghetto di ogni periferia della terra come luogo, in ogni cultura e latitudine, di umanità, di resistenza, di possibilità di riscatto tramite la rivendicazione collettiva della propria dignità di uomini e donne – chissà cosa avrebbe cantato oggi della “Primavera araba”.

Ogni sei febbraio in Giamaica è festa nazionale dedicata a Bob; a Brooklyn, New York, nel 2006 gli è stata dedicata Bob Marley Boulevard; in ogni città del mondo chiunque abbia in testa dei dread, ascolti la sua musica, suoni le cover delle sue canzoni; chiunque abbia attaccato, come un santino, un adesivo con il suo volto sul parabrezza della macchina, lo ringrazia per le quantità di emozioni che è riuscito a trasmettere.

Venne in Italia nel 1980, con due concerti a Milano e Torino. Da una parte della stampa venne trattato come una sorta di buon selvaggio un po’ eccentrico. Grande è il rammarico di chi, come me, appena bambino, non ha mai potuto vederlo esibirsi dal vivo. Morì per un cancro che dalla pelle si estese agli altri organi, anche perché decise di non farsi curare: lo riteneva in contrasto con il suo credo rastafariano.

La leggenda vuole che sia stato sepolto in una cappella eretta di fronte alla sua casa natale, con la sua chitarra elettrica, il suo pallone da calcio, una pianta di marijuana, un anello che indossava ogni giorno, e una bibbia.

A proposito del funzionamento del cervello, dei neuroni, della memoria, una cosa la scienza ha capito finora: ci rimangono impresse in mente, da fatti diventano ricordi, le circostanze e gli accadimenti legati ad emozioni forti. Bob Marley è stato campione assoluto nel riuscire a toccare le nostre corde più profonde. Per questo oggi, a trent’anni della sua scomparsa, lo ricordiamo con nostalgia e sentimento. E per questo, c’è da starne certi, non lo dimenticheremo mai. One love.