Il governo provvisorio tunisino cerca di uscire da una pericolosa impasse. Martedì è stata infatti annunciata la creazione di una commissione ad hoc con il compito di organizzare le prime elezioni democratiche del paese, previste per il prossimo 24 luglio. Dal voto dovrebbe uscire l’assemblea costituente, incaricata di redigere la nuova architettura istituzionale per traghettare il paese nordafricano fuori dal cono d’ombra di quasi trent’anni di regime di Zine el Abidine Ben Alì.

Il compito, però, è tutt’altro che semplice e i rischi sono molti. Tanto che il primo ministro ad interim Beji Caid Essebsi, in carica da due mesi, ha già ventilato un possibile rinvio della scadenza elettorale, citando, in un messaggio televisivo, non meglio precisate «difficoltà tecniche». Un rinvio, però, sembra improbabile. Per almeno tre ragioni. La prima è la continua pressione della piazza, che non ha mai smesso di far sentire la propria voce da quando Ben Alì è stato costretto a lasciare il paese e riparare in Arabia Saudita. Per tutta la scorsa settimana, migliaia di persone, soprattutto giovani, hanno manifestato su Avenue Bourghiba, nel cuore di Tunisi, per chiedere le dimissioni di Essebsi, accusandolo di voler rinviare le elezioni per rimanere al potere senza un voto popolare. Domenica 8 maggio la polizia è intervenuta per disperdere le manifestazioni e ci sono stati una settantina di fermi, oltre ad alcuni feriti. Se effettivamente il governo provvisorio decidesse di posporre il voto per l’assemblea costituente, c’è da scommettere che le manifestazioni di piazza ricominceranno con ancora maggiore convinzione.

Il secondo motivo che dovrebbe indurre il governo ad interim a rispettare la tabella di marcia per il dopo-Ben Alì è l’economia. La Tunisia, che non ha le risorse petrolifere libiche, dipende in modo essenziale dalla collaborazione economica con i paesi europei (Italia e Francia in testa) e con il flusso di turisti, che tengono in piedi un pezzo essenziale dell’economia nazionale. Una nuova ondata di manifestazioni e di instabilità rischia di mandare in tilt sia gli investimenti stranieri sia i flussi turistici, con pesanti ricadute sull’occupazione, soprattutto giovanile.

Come se non bastassero queste preoccupazioni, la vivacissima blogosfera tunisina ha rimbalzato e amplificato le dichiarazioni di Farhat Rajhi, ex ministro dell’Interno nelle settimane successive alla fuga di Ben Alì. Rahji ha avvisato che se nelle imminenti elezioni dovesse esserci una vittoria degli islamisti del partito al-Nahda, i militari potrebbero entrare in scena e decidere di muoversi con un colpo di stato. Rajhi ha fatto riferimento a una «cricca» di persone legate al vecchio regime, che potrebbero usare lo spauracchio di una vittoria degli islamisti, peraltro molto moderati, per prendere il potere e far deragliare la prima rivoluzione araba vittoriosa.

Secondo l’ex ministro dell’Interno, della manovra per cauterizzare la rivoluzione dei gelsomini farebbe parte lo stesso primo ministro ad inter im Essebsi, appoggiato da figure come quella di Kamel Ltaief, uno stretto alleato di Ben Alì che secondo alcuni è stato addirittura l’ideatore del colpo di stato «di palazzo» che nel 1987 portò Ben Alì a estromettere l’anziano «padre della patria» Habib Bourghiba (con la complicità dei servizi segreti italiani, peraltro). Le dichiarazioni di Rahji, un avvocato estraneo all’establishment politico fino alla rivoluzione e conosciuto per la sua onestà, sono state raccolte durante una conversazione privata, filmata da una telecamera di cui apparentemente l’ex primo ministro non si era accorto e postate su Facebook. L’effetto è stato un’immediata mobilitazione dei blogger e dei movimenti giovanili, che avevano salutato con soddisfazione la sua nomina al ministero dell’interno, lo scorso gennaio, e con preoccupata sorpresa il suo licenziamento poche settimane più tardi.

Le incertezze del governo ad interim sulla data delle elezioni sembrano dare ragione a Rajhi e alimentano la sfiducia dei cittadini tunisini. La paura è duplice. Da un lato c’è il timore che con una manovra del genere le elite legate al vecchio regime possano tornare in auge o comunque mantenere una presa sullo stato e bloccarne l’evoluzione democratica per cui i cittadini sono scesi in piazza. Dall’altro lato, ed è la prospettiva senza dubbio peggiore, un eventuale annullamento delle elezioni, ove mai vincessero davvero gli islamisti di el-Nahda, potrebbe aprire uno scenario stile Algeria degli anni novanta, quando, dopo le elezioni vinte dal Fronte Islamico di Salvezza, l’esercito prese il potere scatenando una guerra civile atroce, con centinaia di migliaia di vittime e brutalità commesse da entrambe le parti. Tra el-Nahda e il Fis algerino degli anni novanta non ci sono somiglianze, soprattutto perché gli islamisti tunisini non hanno mai fatto ricorso alla violenza e hanno una lunga storia di rapporti di collaborazione politica con le altre forze di opposizione, a partire dai comunisti. Tuttavia, nel caos post- rivoluzionario (e con la Libia in fiamme a pochi chilometri di distanza) tutto potrebbe accadere. Specialmente con una piccola spinta da chi non ha mai accettato l’esito della rivoluzione e ha ancora la capacità di neutralizzarne le conseguenze.

Joseph Zarlingo

Lettera22