“Abbiamo incrociato il ministro della Giustizia Angelino Alfano e gli abbiamo ricordato che due anni fa si era impegnato in prima persona per le vittime delle stragi. Da allora non ha fatto assolutamente niente. Oggi ha detto che non ha a che fare con l’Inps, ma allora che si è impegnato a fare?”.

Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, esce dal Quirinale, dove si celebrava la Giornata in onore delle vittime del terrorismo, con due opposte sensazioni. Da una parte il conforto sentito dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dall’altra la sensazione che il governo cerchi di sfuggire ai suoi impegni che riguardano soprattutto l’applicazione della legge 206 del 2004.

Quella norma, che prevede dei benefici soprattutto in termini pensionistici per le vittime delle stragi degli anni di piombo o di quelle di mafia, è stata applicata solo in parte, e in termini di soldi, al ribasso. “Abbiamo incontrato anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta e gli abbiamo ricordato che è da tre anni che non si fa più vedere – racconta al Fatto Quotidiano Bolognesi –. Stamattina ci ha promesso che rimetterà in moto la macchina, ma stavolta ci crederemo quando vedremo. E poi anche Letta, come Alfano, ha avuto molta fretta di andare a salutare altre persone”.

Il caso emblematico per quanto riguarda la non-applicazione della legge del 2004 è quello di quattro persone, all’epoca dei fatti ancora minorenni, bambini, al massimo ragazzini, che con una invalidità pari o superiore all’ 80% a tutt’oggi non hanno ancora ricevuto la pensione come previsto dalla legge 206/2004. L’Inps non paga perché queste persone non avevano maturato contributi, non avevano mai lavorato. “Ma uno a sei anni come fa a lavorare? – dice Bolognesi – È uno squallore che dopo sette anni una legge non sia applicata”. Di queste quattro vittime ancora non risarcite, una è una vittima del 2 agosto, una della Strage di Natale sulla galleria in appenino e l’altra dell’attentato mafioso di via dei Georgofili a Firenze nel 1993. Il commento di Bolognesi è amaro: “Oggi c’era mezzo governo lì alla giornata della memoria. Da noi si dice: pregare i morti per fregare i vivi!”.

Al ricevimento c’era anche Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione Parenti delle Vittime della Strage di Ustica. La presidente, a detta dei presenti, avrebbe fatto un po’ irritare il ministro Alfano. “No, è lui che fa arrabbiare noi – risponde Bonfietti – Le cose sono due: o come Governo chiediamo con forza agli Stati alleati di rispondere alle rogatorie, oppure è evidente che nel mio Paese non interessa a nessuno sapere chi sono gli autori dell’abbattimento di un aereo civile in tempo di pace”.

Le prime richieste di documenti all’estero avanzate della magistratura italiana risalgono a quasi un anno fa. Ancora non si è avuta una risposta e, accusa Daria Bonfietti, il governo non sollecita. Le richieste degli atti agli stati esteri potrebbero aiutare a scoprire molte più cose su ciò che successe nei cieli italiani quella notte del giugno 1980 quando il Dc9 della compagnia Itavia fu abbattuto con 81 persone a bordo. “Alfano forse si è un po’ innervosito, ma per Ustica ha promesso che si muoverà – racconta la presidente – Forse si farà dire dai suoi uffici che cos’altro poter fare”.

Intanto oggi in un’intervista sul quotidiano La Repubblica, il figlio del magistrato Mario Amato, ucciso dal terrorismo nero nel 1980, riapre la discussione sulla strage del 2 agosto. Forse si sarebbe potuta evitare, se solo si fosse dato ascolto alle denunce e agli allarmi di suo padre, ucciso 40 giorni prima della strage alla stazione da Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Proprio i due neofascisti che, come ha riconosciuto la giustizia italiana – misero la bomba a Bologna, uccidendo 85 persone.

David Marceddu