L’offensiva di primavera annunciata in Afghanistan qualche giorno fa dal mullah Omar è iniziata. La concomitanza con il raid che ha portato all’uccisione di Osama Bin Laden in Pakistan può essere solo una coincidenza, ma la sensazione che i guerriglieri abbiano voluto mandare un messaggio ai governi occidentali e al governo di Hamid Karzai è molto forte.

L’attacco in grande stile che ha paralizzato tra sabato e domenica la città di Kandahar, principale centro del sud del paese, è stato seguito, lunedì mattina da un nuovo assalto, stavolta nella provincia di Ghazni, nel distretto di Deh Yak. Almeno sei poliziotti afgani sono rimasti uccisi e quattro feriti in modo grave quando una colonna di veicoli è stata bloccata da un’esplosione sulla strada e dal contemporaneo fuoco di armi leggere. L’attacco è avvenuto a pochi chilometri dal capoluogo provinciale, la città di Ghazni, circa a metà strada tra Kabul e Kandahar, in una zona considerata relativamente sicura.

Come a Kandahar nei due giorni precedenti, secondo la polizia afgana, anche l’attacco di lunedì è stato condotto da guerriglieri ben addestrati, senza improvvisazione e con il massimo dell’efficacia. In quella che fu la roccaforte dei talebani, intanto, funzionari di governo e ufficiali dell’esercito e della polizia cercano di venire a capo dello smacco subito nel fine settimana, quando un commando guerrigliero composto da almeno venti persone è riuscito a organizzare una serie di attacchi coordinati che hanno paralizzato il centro della città.

Secondo l’ultimo bilancio disponibile, almeno 23 persone sono morte negli scontri, durati diverse ore. Tra i morti accertati, almeno 11 guerriglieri e 7 kamikaze, oltre a tre civili afgani e un poliziotto. I feriti però sono almeno cinquanta, tra cui 25 tra soldati dell’esercito afgano e poliziotti. Il bilancio dunque potrebbe peggiorare. Le autorità locali affermano inoltre di aver ritrovato una dozzina di auto imbottite di esplosivo e pronte a detonare, mentre la Nato valuta che siano stati almeno sessanta i guerriglieri impegnati nell’attacco. I portavoce dei talebani, invece, aggiornano la cifra a un centinaio di uomini armati. In ogni caso, una dimostrazione di alta capacità di bucare le difese cittadine e i controlli, così come di coordinare un discreto numero di combattenti in un ambiente difficile come quello di una città.

Nella stessa Kandahar, appena pochi giorni fa, peraltro, un commando aveva assalito la prigione locale causando la fuga di almeno 500 detenuti, tra cui molti ex guerriglieri. Questa situazione ha spinto alcuni membri del senato afgano a chiedere le dimissioni delle autorità di Kandahar, a partire dal governatore Toorialay Wesa, la cui residenza è stata uno dei bersagli principali di un raid che non ha precedenti recenti. Wesa in persona, in una conferenza stampa convocata d’urgenza quando ancora i combattimenti non erano finiti, ha però rivolto un appello ai guerriglieri invitandoli a usare l’occasione della morte di Bin Laden per “deporre le armi, smetterla uccidersi, di uccidere civili innocenti e distruggere il nostro paese”. “La vostra vita sarà protetta, quella delle vostre famiglie sarà protetta, le vostre proprietà saranno protette – ha detto Wesa – Se lasciate le armi e vi unite al processo di riconciliazione e pace”.

Di fronte ai recentissimi attacchi, suonano facilmente profetiche le parole del generale statunitense David Petraeus che in un’intervista rilasciata ieri all’Associated Press ha detto che “la morte di Osama Bin Laden indebolirà i legami tra i talebani e al Qaida, ma la guerra in Afghanistan non è affatto finita”. Secondo Petraeus, colpire obiettivi militari ben precisi, però, non riuscirà a far migliorare la situazione in modo consistente “senza programmi per costruire governi locali e forze di sicurezza locali”. Dove “locali” non significa solo afgane, ma anche a livello provinciale, il livello che risulta sicuramente più fragile, come appunto l’attacco a Kandahar dimostra.

La notizia peggiore è che, al di là degli ultimi due attacchi di alto profilo, “i comandanti talebani e di al Qaida sono usciti dal loro stato di shock e di lutto una settimana dopo la morte di Osama Bin Laden e si preparano a rendere la vita ancora più difficile a chi occupa l’Afghanistan”. Così ha detto dal proprio rifugio nella provincia afgana di Kunar, Qari Ziaur Rehman, un comandante talebano locale, al giornale pakistano The News International. Rehman ha detto che solo adesso inizia la vendetta per la morte del leader di al Qaida e che presto inizierà una nuova fase della battaglia contro le truppe della Nato e del governo afgano. È l’eventualità a cui i comandi Nato si stanno preparando, come ogni primavera da dieci anni a questa parte. Il rischio, però, è che oltre ai soldati e ai civili, la principale vittima della recrudescenza dei combattimenti sia la Transition strategy che ufficialmente dovrebbe partire tra due mesi, a luglio, in sette tra province e città afgane. Venerdì, in un comunicato, i talebani hanno scritto che “il martirio dello Sheick Osama bin Laden darà nuovo impeto all’attuale jihad contro gli invasori”. L’operazione a Kandahar, sicuramente in pianificazione da settimane data la sua complessità, è però il primo assaggio di quello che potrebbe succedere nei prossimi mesi.

Nell’equazione, però, manca ancora un elemento. Cioè l’impatto che la morte di Bin Laden avrà sul morale e sull’organizzazione delle truppe statunitensi. Per una decina d’anni infatti, risorse e personale di altissimo livello sono stati dedicati alla caccia al leader di al Qaida. Ora, raggiunto questo obiettivo, possono essere concentrati sia sulla caccia agli altri leader, a partire dal numero due Ayman al Zawahiri e dal mullah Omar (forse anche loro in Pakistan), sia sulla lotta contro la guerriglia afgana. L’intelligence Usa, in particolare, spera che informazioni utili a smantellare reti di appoggio e strutture logistiche dei talebani possano emergere anche dallo studio dei computer e delle centinaia di cd, dvd e penne usb ritrovate nell’ultimo rifugio di Bin Laden.

Enzo Mangini – Lettera 22