Si svolge dal 20 al 22 maggio a Faenza una delle sagre, rassegne, appuntamenti più inutili, insignificanti e dispendiosi che si potessero realizzare nell’ambito dell’arte e della cultura come intrattenimento, perché oggi ciò che per lo più si considera cultura non è altro che intrattenimento o informazione da bancarella, dal momento che non si pongono mai quesiti sul senso dell’essere e sul dissesto che si prova nell’abitare la contemporaneità, ma si intrattiene un pubblico tendenzialmente passivo con argomentazioni irrisorie o inutili rispetto quello che è il senso dell’incubo tragico e comico contemporaneo.

Con i costi di questo festival (giunto alla quarta edizione) e dei precedenti si poteva realizzare ben altro e per “altro” intendo stanziare e collocare opere nel tessuto urbano della città. La ceramica di Faenza che al di là delle botteghe è relegata oramai in quel ghetto architettonicamente mal concepito che è il Museo della Ceramica, non ha presenza esistente nella città. Invece vince la militanza della chiacchiera che invade e pervade il centro, producendo l’effimerismo performativo di un decadimento critico che dopo l’ubriacatura delle neo-avanguardie neo-dada del novecento, non produce altro che una patetica fiera delle vanità, tra l’irrisorio di un pubblico autoreferenziale dell’arte.

Ora la domanda che si pone è appunto: perché l’arte ha per lo più un pubblico autoreferenziale e così limitato, e tende sempre più a ridurlo? Questo si che sarebbe il motivo per un convegno, assieme al porre un’interrogazione sui guasti e il degrado che il mercatismo del quadro e della scultura ha prodotto negli ultimi decenni tra gallerie e musei, che detengono l’apartheid delle arti figurative. Invece no, questi manager dell’estetica fieristica, questi rabdomanti critici del banale, questi “Orler” da bancarella del quadro per cui “grandi ribassi… vendo tutto e me ne vado”, teorici di un nomadismo globale della cultura che omologando desertificano il gusto e dibattono sulla contaminazione dell’imbecillità estetica, che nella danza macabra instaura la comica finale della contemporaneità delle arti figurative, creano festival, mentre perfino quel trovatore di icone figurali che è Cattelan si è rotto le palle del sistema.

Ma veniamo al tema del festival: “Forms of collecting”, argomento che induce una grande mobilitazione per affrontare le domande: “Quanto il successo commerciale o il miraggio di raggiungerlo cambia l’opera? Quanto l’operato di un artista nasce per vocazione e quanto per vendere? Ci sono collezionisti in grado di mettere l’artista a suo agio e di fargli fare di nuovo ciò che sarebbe parte del suo sogno invece che del suo calcolo? Quanto passa la visibilità attraverso la cruna del prezzo?” Queste le domande che assillano la visione del mondo secondo la Vettese, una delle menti pensanti del festival, e noi aggiungiamo: “quanto costano al comune di Faenza questi interrogativi, che si potevano rivolgere anche ai partecipanti del Grande Fratello o ai marchettari della confezione?”.

Questi i quesiti che assillano il mondo dell’arte contemporanea. Ora si capisce perché nelle televendite si dicono impunemente tante coglionate. Il fatto è che la critica attuale ha la stessa weltanschaung di Orler, e l’incubo della contemporaneità dell’arte è per loro il presenzialismo della vetrina, è il collezionista che fa sognare l’artista; a questo punto non si capisce perché invece delle opere non si mettano in mostra quei quattro gatti di collezionisti e galleristi. Ma forse aveva ragione Jeff Koons, quando con grande afflato etico, con tacchi a spillo senza le mutande, ruotando la borsetta sotto il lampione, disse: “la vera opera d’arte non è fare un quadro ma venderlo”.