Mercoledì prossimo, l’11 Maggio, saranno passati tre mesi da quella mattina in cui Mubarak comunicò che si sarebbe dimesso dalla carica di Presidente. Saranno passati 90 giorni dalle immagini di quella piazza piena di donne e uomini festanti che assaporavano la libertà e inondavano le nostre case con le immagini di piazza Tahrir. Oggi ero al centro di quella piazza, al cuore della rivoluzione. E adesso?

Adesso qui, come a Bologna e in tante altre città italiane, si aspettano le elezioni. Si aspetta di capire chi prenderà il timone della vita di milioni di persone. In questi primi giorni in Egitto ho incontrato tanta gente. Italiani che vivono qui da decenni e ormai si sentono cairoti, giovani studenti che hanno dormito per giorni in quella piazza. Un direttore generale di un ministero, quello delle antichità. E poi Ghada Abdel Aal, giovane scrittrice che mi accompagnerà a Bologna per parlare di Egitto, donne, nuove resistenze…

Perché Bologna, come l’Italia, non può e non deve rimanere sorda e cieca di fronte a questi terremoti che stanno ridisegnando il nostro mondo. Qui si assapora la gioia della libertà appena conquistata. Oggi Mustafa, 25 anni, musulmano, con la sua testa piena di brillantina, mi guardava e con gli occhi lucidi e poco prima di avviarsi alla preghiera della sera mi ha detto: “Quello che ti dico oggi, tre mesi fa non potevo dirtelo, sarei stato messo in prigione. Oggi ti dico che sogno per mio figlio un’infanzia totalmente diversa dalla mia. Sogno un Egitto in cui cristiani e musulmani capiscono di essere un solo popolo con un solo futuro.”

Hany, direttore generale, mi dice: “La rivoluzione inizia adesso. Dobbiamo costruire da zero. Deve partire il nuovo Egitto. Ora siamo liberi  e dobbiamo lavorare tanto, è un nostro dovere”.

Penso a casa mia, alla mia città, a quanto stancamente si avvicina alla domenica elettorale. Mancano 10 giorni a un appuntamento importante e sembra che nessuno se ne accorga. Tanti i fattori. Su tutti una politica malsana e inconcludente e il ricambio deve partire da lì. Come al Cairo anche in Italia non possiamo permetterci di dire: io non vado a votare. È una questione di libertà. Lo dobbiamo a noi stessi e a chi l’ha conquistata con la resistenza.

Qui al Cairo quella resistenza la vedi. Ha gli occhi fieri delle persone che sto incontrando. Gli occhi degli studenti sono quelli di “resistenti” che hanno combattuto insieme per cacciare un dittatore che per troppo tempo il nostro paese, insieme all’Europa, ha fatto finta di non vedere nei suoi modi brutali di governare. Anche questo stile di politica estera deve mutare. Siamo sulle sponde dello stesso mare. Non possiamo ignorarlo. Non possiamo cedere alle spinte della pancia piena, in difesa di un mondo che non c’è più, che qui sta cambiando a velocità inaudite.

La novità va assunta. Pienamente. Deve entrarci in testa che non siamo da soli e non possiamo bastarci. Lo deve capire la politica, il mondo dell’impresa, quello del turismo e del commercio. Lo dobbiamo capire tutti. Lo sforzo deve essere prima di tutto culturale. Gettare ponti, questo dobbiamo fare. Erigere steccati, visto da qui, è stupido e cieco. Dobbiamo conoscere e farci conoscere, dobbiamo comunicare.

Qualche giorno fa, Tony Blair scriveva sul Corriere della sera: “Si tratta di capire se il nostro tentativo di integrare le culture abbia avuto successo o sia stato un fallimento. (…) Una delle lezioni che impariamo dal passato dell’ Europa è che quando ci chiudiamo in noi stessi finiamo per perdere”. Bologna, l’Italia, sono in Europa. Non possiamo perdere questa occasione.

La prima necessità che hanno questi paesi, queste persone, è di vedere donne e uomini del nord disposti all’ascolto e alla costruzione di un progetto comune. Le finalità sono la convivenza pacifica e la prosperità, un mondo migliore. Si tratta del futuro delle nuove generazioni. È utopia? Preferiamo continuare a giocare a battaglia navale nel mediterraneo? L’unica paura che oggi ci è concessa è quella di non farcela. Di non vivere questa sfida pienamente. Di restare indietro, chiusi nei nostri borghi medioevali, facendo finta di bastarci. Non è più tempo di crociate!

Il Cairo chiama Bologna, l’Italia e l’Europa. È troppo tempo che le due sponde del mediterraneo sono divise. Il desiderio di libertà e democrazia sono il vero collante assieme al coraggio. Il momento è adesso. Domani sarà troppo tardi. Il mare che ci separa è lo stesso che ci unisce. Dobbiamo farci avanti e lo possiamo fare solo dicendo no a spinte e protezionismi. Dicendo no a chi racconta frottole su un mondo dove la religione divide ed è usata come arma, perché è lui il primo a volere divisioni e ad armarsi.

Semplice? Affatto. Ma da quando le sfide per il futuro sono facili? Ci vogliono menti e cuori giovani. A tutti i livelli. Non possiamo invecchiare così. La storia ci sta aspettando. Da piazza Tahrir a piazza Maggiore ci sono chilometri di dialogo da riempire. Il momento è adesso e deve iniziare dalla politica e dal voto del 15 e 16 Maggio.