Ermanno Olmi

«PREMESSA: viviamo uno stato confusionale; il rischio è dare valutazioni sbagliate. Anche la mia può esserlo, non temo di far parte dei confusi». Il candore e la spontaneità di Ermanno Olmi, Palma d’Oro con L’albero degli zoccoli nel 1978, disarmano. «Oggi mi sembra che tutto abbia come indice di valore il mercato: si tratta come merce anche ciò che merce non è, secondo la logica del profitto, non solo economico, ma anche in termini di meschino vantaggio. Non voglio essere catastrofico, però è una realtà sotto gli occhi di tutti, una mentalità diffusa a ogni livello: anche il Festival di Cannes non può sottrarsi al mercantilismo, alle pressioni politiche, ai patteggiamenti che poco hanno a che fare con l’arte. È difficile trovare sussulti, gesti di ribellione, fili d’erba, eppure ci sono».

Sono passati 33 anni da quando il maestro ha sedotto la Croisette con le campagne bergamasche e una poetica aspramente bucolica; ci è tornato poi 10 anni fa con l’acclamato Il mestiere delle armi e nel 2007, fuori concorso, con Centochiodi. Di ricordi ne ha collezionati tanti, ma il più bello resta quello del ‘78 quando, «terminato il festival, l’allora presidente della giuria, Alan Pakula, venne a salutarmi prima di tornare in America. Mi disse: “Parto e sono un uomo diverso da come ero arrivato grazie al tuo film”… Eppure i detrattori furono molti, per lo più intellettuali che avevano riletto il mio lavoro come inno nostalgico di un mondo in via d’estinzione. La storia ha dato loro torto: quello fu proprio l’inizio della riscoperta della civiltà contadina, fu un atto di nascita. Oggi tutti sentiamo il richiamo della “Terra Madre” (titolo di un suo film documentario del 2008), ne abbiamo bisogno: è un argomento più attuale che mai. E, secondo me, è anche l’unica proposta felice e forte contro la deriva attuale».

Non sono solo kermesse monumentali come Cannes ad aver perso fascino e consistenza: «Mai come adesso è un pullulare di iniziative culturali, eventi, manifestazioni, festival… Però non si può dire che siamo diventati più colti. Tutto ciò non lascia traccia, si perde, si dissolve in fretta nell’aria: non come un profumo di primavera, che ci rimane nel cuore e nella mente, ma come un deodorante, che ci lascia addosso solo un retrogusto di petrolio», un odore che induce assuefazione, «di cui siamo succubi, che accettiamo con rilassatezza… Non è sempre stato così: per qualche anno, dopo la guerra, ci fu uno straordinario fermento civile e culturale. Scemato l’entusiasmo e spenta la passione, si è insinuato un opportunismo strisciante».

Olmi, 80 anni il prossimo 24 luglio, non ci tiene però a fare del gratuito amarcord; segue anzi con interesse e curiosità la nuova scena cinematografica italiana, non solo «Nanni e Sorrentino, di cui sono amico e che renderanno grande onore all’Italia sulla Croisette», ma soprattutto «bravissimi esordienti come Giorgio Diritti, Michelangelo Frammartino o Fabrizio Cattani, che purtroppo faticano a essere presentati in festival blasonati. Per loro è difficile farsi conoscere: a volte ho fatto io da mentore per trovare alle loro pellicole una distribuzione degna; alcuni di loro li conosco personalmente, perché hanno frequentato Ipotesi Cinema (scuola-laboratorio per studenti e giovani cineasti, fondata da Olmi nel 1982), di altri ho visto solo l’opera. È il caso, ad esempio, di Le quattro volte di Frammartino: un lavoro straordinario, il maestro Rossellini ne sarebbe andato fierissimo». Non tutto è perduto allora: proprio quel film ha avuto grande successo durante lo scorso festival di Cannes, aggiudicandosi due premi nella sezione Quinzaine des réalisateurs. È bene ricordare, poi, che il regista è stato lanciato da un’altra manifestazione internazionale (Locarno 2003), dove presentò il gioiellino Il dono.

«I cineasti oggi hanno almeno una chance in più rispetto alla mia generazione: le nuove tecnologie, che permettono uno scambio fertilissimo di idee, conoscenze, esperienze; sono un terreno di confronto indispensabile. Una volta si andava in osteria con gli amici e i colleghi – io frequentavo piazza del Popolo, in via Veneto si trovavano quelli un po’ più ricchi –, oggi si dibatte via internet o nei social network». Proprio in rete, circolano già voci sul suo ultimo atteso lavoro, Il villaggio di cartone. «È un titolo falso», ammette pacificamente Olmi, «ne scelgo apposta uno diverso per depistare, per creare poi l’effetto sorpresa. Alla fine, sembrerà quasi che io abbia girato addirittura due film». I rumors lo danno già per accreditato alla prossima Mostra del Cinema di Venezia: «Non ne so niente… E poi, alla mia età, se uno va a un festival è solo per incontrare gli amici. Il festival ha questo di bello: è una stazione, un crocevia di incontri e scambi umanissimi. Ecco, è questo il suo filo d’erba».

Camilla Tagliabue