Ci sono due Osama bin Laden.

Il primo è quello consegnato alla storia. L’ideatore di al-Qaida, il visionario del ritorno al Califfato, della ciclopica guerra all’Occidente e, in particolare, all’America. Il politico che costruisce il franchising, l’organizzazione; la dota di fondi; crea alleanze importanti; individua gli obiettivi; si circonda di uomini capaci e fedeli; ordisce gli attentati in Somalia nel 1994 e poi, in un susseguirsi di successi (e sconfitte), a New York.

L’11 settembre è ovviamente la sua apoteosi, l’impresa che lo affida alla storia. Ma anche la fine del primo Osama.

Il secondo Osama è quello che è stato ucciso ad Abbodabat. Il terrorista braccato e sfollato dalle sue basi in Afghanistan. La necessità di occultarsi, la rete di relazioni più volte colpita, la corte dei suoi più stretti collaboratori decimata, la difficoltà di raccordarsi con la propria e le altre organizzazioni. Certamente estraneo ai grandi movimenti che stanno investendo il mondo arabo in questi mesi. Questo bin Laden ha poco da dire alla storia presente.

Gli Stati Uniti hanno ucciso il secondo ma stanno celebrando la vittoria sul primo.