La cittadina di Abbottabad, 150 chilometri a nord della capitale pakistana Islamabad, era il luogo scelto da Osama bin Laden per il suo ultimo rifugio. La sua residenza fortificata era a meno di un chilometro dall’accademia militare pakistana, lì dove si formano gli ufficiali di un esercito impegnato, tra le altre cose, anche nella lotta alla galassia qaedista. E’ un dato che subito spinge a chiedersi se, e quanto, i servizi di intelligence pakistana, l’ISI, sapessero della presenza di Bin Laden.

Da tempo, specialmente dal governo afgano del presidente Hamid Karzai, arrivavano periodiche accuse al Pakistan che ha però sempre negato che Bin Laden potesse trovarsi sul proprio suolo. La smentita è arrivata nel peggiore dei modi per i vertici del Pakistan, in un momento, peraltro, in cui le relazioni con gli Stati Uniti – grande sostenitore soprattutto dell’esercito – sono in una fase di sfiducia reciproca.

Come sottolinea l’analista politico Imtiaz Gul, autore di diversi libri sul Pakistan, la notizia che Bin Laden fosse davvero in Pakistan “è stata uno shock per molti pakistani. Molte persone credevano che fosse già morto. E il fatto che il suo rifugio fosse così vicino all’accademia militare induce a sospettare che una parte dei servizi pakistani potesse saperlo”. Secondo Gul, l’Isi era probabilmente coinvolta nell’operazione di ieri notte, o almeno ne era a conoscenza, anche se non ne sapeva l’obiettivo finale.

Da quello che emerge sulle agenzie di stampa internazionali, però, gli Stati Uniti hanno agito da soli. Nessun altro paese sarebbe stato informato dell’operazione e, come ha detto un funzionario dell’amministrazione Usa alla rete panaraba al Jazeera, “pochissime persone nell’amministrazione ne erano a conoscenza”. Non è un fatto strano, questo. Un’operazione di questo tipo non può che avvenire circondata da un alto livello di segretezza. Non è escluso, però, che gli Usa non vogliano rivelare eventuali contributi del Pakistan sia per evitare un’escalation di attacchi contro il governo pakistano e le forze di polizia locali, sia per sottolineare la propria capacità di colpire ovunque, anche all’insaputa dei governi che si suppone siano alleati.

La verità, almeno in parte, emergerà nei prossimi giorni o nelle prossime settimane. Di certo, però, già da ora, le relazioni tra Usa e Pakistan potrebbero subire un riaggiustamento. Bisognerà osservare nuovi eventuali accordi tra i due paesi per capire, ex post, se in qualche modo l’Isi – o suoi settori – abbia partecipato all’operazione di ieri oppure no. Non è escluso, peraltro, che nella stessa ISI, così come nelle forze armate pakistane, ci siano almeno due correnti divergenti, una più favorevole alla collaborazione con gli Usa e una meno pronta a fornire l’appoggio che Washington chiede, sia nella lotta contro la guerriglia talebana, in Afghanistan e nelle zone di frontiera tra Afghanistan e Pakistan, sia nella lotta contro quel che resta di al-Qaeda.

Su questo terreno, peraltro, sorgono gli interrogativi più difficili. Robert Fisk, il corrispondente dal Medio Oriente del quotidiano britannico The Independent, ha sottolineato che “Osama Bin Laden è stato il fondatore di al Qaeda, ma ritenere che fosse ancora al comando è insensato, visto che ha speso una buona parte della sua vita scappando dalle forze speciali statunitensi”.

Il giudizio di Fisk si riflette nelle parole di Jason Burke, autore di uno dei migliori libri sul network qaedista, «Al Qaeda. La vera storia» (2003). Raggiunto a New Delhi, dove è corrispondente per il quotidiano britannico The Guardian, Burke commenta: “Lo scenario più probabile è una prosecuzione di attività a bassa intensità concentrate alla periferia del mondo musulmano, secondo le circostanze locali. Da lì potrebbe emergere un nuovo leader. Bin Laden già nel 2001 aveva detto la mia vita non importa. Il risveglio è iniziato. Ci vorrà qualche anno per capire se aveva ragione”.

Secondo Burke, inoltre, il vertice storico di al Qaeda è alquanto diviso: “Al di là del nucleo storico dell’organizzazione, formato da Bin Laden, Ayman al Zawahiri e alcuni loro seguaci in Pakistan, ci sono nuovi leader che potrebbero emergere. Al Zawahiri non ha il carisma di Bin Laden, è forte dal punto di vista ideologico e da quello organizzativo ma, ammesso che sia ancora vivo come sembra, non ha la capacità politica per prendere il posto di Bin Laden. Alcune altre figure, come Yahya al-Libi, che ha circa 45 anni, potrebbero cercare di proporsi come leader per tutto il network, ma in questi ultimi anni nessuna nuova figura è riuscita a superare la marginalizzazione di al Qaeda dalla scena. Inoltre, sono cresciute le spaccature tra le diverse componenti nazionali, e la morte di Bin Laden potrebbe essere il preludio a nuove e più profonde divisioni”.

Non è ancora chiaro se oltre a Bin Laden nel raid di ieri siano rimasti uccisi o feriti altri esponenti del vertice dell’organizzazione, ma bisogna ricordare che al di là del nucleo storico di al Qaeda, la maggior parte delle operazioni riconducibili alla galassia jihadista internazionale avvenute negli ultimi anni sono state condotte da gruppi che usano il “marchio” al Qaeda anche avendo legami molto labili con il vertice storico. È un’evoluzione che Burke e altri esperti hanno sottolineato da tempo e infatti Burke aggiunge: “La decentralizzazione era parte integrante della strategia di Bin Laden e la maggior parte delle articolazioni regionali di al Qaeda erano largamente indipendenti dalla leadership storica. Il che ci ricorda che al Qaeda era solo uno dei tanti gruppi radicali che animano la scena dell’estremismo sunnita. La morte di Bin Laden potrà probabilmente cambiare alcuni elementi del paesaggio della jihad militante, tuttavia non avrà necessariamente un impatto immediato sui singoli gruppi, al di là dell’effetto dissuasivo del fatto che, anche dopo più di dieci anni, si viene comunque presi e uccisi”.

Allo stesso modo, prosegue Burke, “l’impatto delle azioni di Bin Laden dipendeva in parte anche dalle reazioni dei suoi obiettivi, gli Stati Uniti innanzi tutto. Da questo punto di vista sarà interessante vedere se e come cambierà la strategia della Casa Bianca. Inoltre, alcune delle cause profonde che hanno portato alla nascita dei movimenti jihadisti sono cause di lungo periodo e rimangono ancora dei potenti fattori che spingono alla militanza armata. Fattori che in gran parte non sono stati affrontati in modo strutturale”. Per Burke, tuttavia, la domanda principale è quale sarà l’effetto della morte di Bin Laden su quella che lui chiama la “sottocultura jihadista”. “Il più grande successo di Bin Laden – spiega Burke – è stato riuscire a rendere conosciuta in tutto il mondo la sua particolare interpretazione dell’islamismo radicale. C’erano altre correnti di pensiero e strategia militante in giro nel mondo alla fine degli anni novanta, ma venti anni di ‘propaganda basata sui fatti’ hanno fatto sì che quella di Bin Laden divenisse dominante, fino a far emergere una cultura della jihad. Al Qaeda, sotto molti aspetti, è diventata un movimento sociale. La morte di Bin Laden significa la rimozione di un’icona e questo è sicuramente importante”. Di sicuro è importante per i cittadini americani. Più che un rischio reale e immediato di nuovi attacchi, quell’icona era per loro la dimostrazione dei limiti della potenza dei propri apparati di sicurezza e intelligence. Fino a ieri.

di Enzo Mangini – Lettera 22