“Ieri c’era rispetto, oggi chi fa cultura è visto come un parassita”. 1953: Nena deve lasciare famiglia povera e fidanzato abbiente (e colto) e trasferirsi in un paesino della Puglia per assumere il suo primo incarico di maestra di scuola. Ad accoglierla, è una realtà ostile: contadini, quasi arcaici, con cui Nena nulla sembra condividere. Ma non molla: si scontrerà con quei luoghi selvaggi, dando prova di un carattere fuori dal comune e finendo per ripensare la propria vita in modo radicale.

Prodotto da BiancaFilm in collaborazione con Rai Cinema, passato all’ultima Mostra di Venezia nella sezione Controcampo, Il primo incarico segna l’esordio alla regia di Giorgia Cecere (già sceneggiatrice di Sangue vivo e Il miracolo di Edoardo Winspeare) e, grazie alla distribuzione di Teodora Film e Spazio Cinema, arriva in sala il 6 maggio. Protagonista è Isabella Ragonese, uno dei volti più interessanti del giovane cinema italiano, che dopo, tra gli altri, Tutta la vita davanti di Virzì e La nostra vita di Luchetti non si smentisce: intensa, sofferta e volitiva, dà a Nena “fierezza e orgoglio: è una mosca bianca, ha studiato da privatista e non si lamenta mai della sua condizione. Condivisibilmente, la regista ha scelto gli anni ’50 per una affresco in prospettiva, lontano dal nostro eterno presente: una prospettiva pittorica, per guardare da lontano e vedere meglio l’oggi”.

A partire, dice la Ragonese, dalvalore della cultura: ha studiato tutta la vita Nena, e nella realtà contadina si meritava rispetto. Al contrario, come mi accadeva in Tutta la vita davanti, oggi una laureata può sembrare strana, se non negativa, perché chi fa cultura è visto come un parassita. Nena incarna la forza dell’insegnamento, oggi svilita, e non sta col fidanzato perché ricco, ma perché una volta l’alta borghesia era sinonimo di case zeppe di libri, dischi, cultura: oggi non è più così”.

Ma il focus su Nena è funzionale: “Attraverso le mie prove, mi sento di dire la mia sulle donne, non perché non esistano altri problemi, bensì credo questa attenzione sia una leva per parlare d’altro, dalla maternità al lavoro. Inforcare questi occhiali al femminile e leggere meglio le cose, perché la sensazione di dover sempre scendere in piazza è frustrante”, aggiunge la Ragonese, che a febbraio salì sul palco a Roma per la manifestazione Se non ora quando, dove “a sostenerci vennero anche tanti uomini”.

E allora come la mettiamo con le “donne orizzontali” di cui qualcuno ha parlato? “Provo sempre disagio di fronte a questa rappresentazione che pare unica, perché al contrario ci sono tantissime donne in gamba, che tirano la carretta: si direbbero minoranza, ma sono la maggioranza quelle che non prendono le scorciatoie”. Ma qual è lo stato dell’arte rosa in Italia? “Sono in tante a studiare, ma con scarsi risultati: per esempio, ci sono molte giornaliste, ma quante direttrici di giornali? Non l’ho detto io che la condizione femminile è cartina di tornasole per lo stato di salute della democrazia: certo, la società anni ’50 era maschilista, ma oggi il sessismo è più subdolo, meno evidente. Allora se sceglievi la tua strada era quella, pur con fatica, ma oggi, che il lavoro un giorno ce l’hai e l’altro no?”.

Forse, il segreto è diversificare: prima di prendersi una pausa per tornare al suo primo amore, il teatro, Isabella Ragonese tornerà sul grande schermo in ottobre con Fabio Volo ne Il giorno in più: “L’alternanza mi sembra la scelta più giusta e onesta: proporre cose diverse, senza giudicare, perché in Italia si parla sempre di cinema in crisi ma la varietà c’è, basta mettersi in gioco. Il giorno in più è tratto dal libro di successo di Fabio: una commedia romantica, che vuole essere un po’ come quelle americane per cui ci entusiasmiamo”.

Nel frattempo, è un tris d’assi quello che Isabella ha applaudito in sala:Sorelle mai di Bellocchio, poi ho pianto tantissimo per In un mondo migliore di Susanne Bier: da ex filosofa, mi piace si tocchino temi così alti quale violenza ed educazione: il cinema non può cambiare il mondo, ma le coscienze. Infine, Habemus Papam: classe assoluta e capacità di ridere, una commedia divertente e commovente. Moretti smuove e fa discutere: sempre”.