“La libertà per i lupi è la morte per gli agnelli” scriveva in The Crooked Timber of Humanity (Il legno storto dell’umanità) il politologo britannico Isaiah Berlin (1909-1997) nel tentativo di spiegare l’importanza dell’equilibrio tra i concetti di “libertà” ed “eguaglianza” all’interno del pensiero liberaldemocratico del Novecento e, per estensione, all’interno di ogni democrazia.

Sono rimasto piuttosto colpito dal dibattito che si è originato fra i commentatori del mio precedente post su Ilfattoquotidiano.it, intitolato Io li odio, i nazisti dell’Alberta. Colpito perché, forse per una coincidenza, alcuni commentatori hanno difeso in modo molto vivace l’idea che anche i neo-nazisti abbiano diritto a marciare e manifestare pubblicamente le loro idee all’interno di una democrazia se questa si vuole dire tale.

Ora, il concetto è in realtà uno dei primi che vengono affrontati in qualunque buon corso di Scienze politiche del primo anno. Ricordo distintamente che la questione venne fuori alla Sapienza sia nel corso di Storia contemporanea con il mio professore, il cristiano-sociale Pietro Scoppola, che nel corso di Storia delle dottrine politiche, con il professor Gaetano Calabrò, liberale. Insomma, non due pericolosi bolscevichi, e nemmeno due hegeliani, se vogliamo dirla tutta.

Tuttavia, molti miei compagni di corso, prima di ascoltare i professori e fare le proprie letture, credevano come i commentatori del mio post precedente che “democrazia” significasse un luogo dove tutti possono esprimere la loro opinione politica a prescindere, anche e soprattutto quando è esplicitamente contraria alla democrazia stessa. E’ una convinzione ingenua, perché in realtà la storia delle democrazie liberali è piena zeppa di esempi di Costituzioni che hanno impedito l’espressione, la partecipazione, financo la manifestazione di determinate idee politiche, dal comunismo, al nazismo, al fascismo solo per citare le più famose. In Germania dell’Ovest, per dire, esisteva in Costituzione il divieto espresso della ricostituzione del partito comunista e di quello nazista. Negli Usa, patria del liberalismo, lungo tutti i decenni della guerra fredda non facevano nemmeno entrare come turisti gli stranieri che erano iscritti a un partito comunista.

In Canada, altra nazione considerata da tutte le statistiche internazionali come una culla di democrazia, un esempio anche per l’Occidente, è esistito addirittura uno statuto d’emergenza dal 1914 al 1988, il War Measures Act, che consentiva al governo in carica di assumere poteri speciali in caso “di guerra, invasione o insurrezione reale o creduta tale in grado perfino di sospendere l’habeas corpus, il diritto a non essere detenuti senza processo, la libertà di parola e di manifestazione, financo la proprietà privata. Interessante notare che questo statuto d’emergenza sia stato usato da Ottawa non solo durante la Prima e la Seconda guerra mondiale, ma anche nel 1970, durante la famosa Crisi d’ottobre, da parte di colui che è rimasto nei cuori dei canadesi come il Primo Ministro più amato della Storia: il Liberale Pierre Trudeau. Il War Measures Act, che consentì fra le altre cose lo scioglimento del Partito Nazista Canadese, chiamato Parti National Social Chrétien, è stato sostituito nel 1988 dall’Emergencies Act, che è un testo molto più ragionevole e che sottopone la sospensione dei diritti civili votata dal Parlamento al dettato della Costituzione canadese. E tuttavia, una forma di legislazione d’emergenza esiste sostanzialmente in ogni democrazia liberale del XXI secolo.

Questo però non significa che le democrazie occidentali si uniformano ai regimi comunisti o fascisti nel proibire la libertà di parola o politica, come sembrano credere alcuni commentatori del Fatto. Non significa ciò, perché le misure eccezionali sono, appunto, eccezionali, vanno approvate da una maggioranza di solito qualificata del Parlamento e spesso sono comunque soggette alla Costituzione, come nel caso odierno canadese. Significa solo che una democrazia, come un organismo, è dotata di globuli bianchi, in grado di accorrere in difesa quando una minaccia interna pregiudica la vita dell’organismo.

Mi voglio spingere a fare un’altra osservazione, meno pacifica e forse meno condivisibile universalmente: alcuni commentatori del mio post stigmatizzavano il fatto che a Calgary i 12 neo-nazisti abbiano rischiato il linciaggio da parte di 200 anti-nazisti, al punto che la polizia dell’Alberta è dovuta correre in loro soccorso per impedire che i due gruppi si fronteggiassero. Ora, io penso che se hai il coraggio di dirti nazista, di predicare violenza e odio, di sostenere che gay, ebrei e neri sono animali inferiori, può darsi che prima o poi quando cerchi di manifestare in pubblico queste idee, ti imbatti in un gruppo di gay, di ebrei, di neri o di bianchi non suprematisti, che vogliano accettare il livello di dialettica che proponi – la violenza – e te le suonino per bene. E’ la vita, più che la democrazia. E se trovo sacrosanto che la polizia, pagata da tutti i contribuenti nazisti inclusi, si adoperi per difendere i neo-nazisti, non trovo condannabile la reazione violenta di quei canadesi, magari gay, ebrei, neri e bianchi non suprematisti. Insomma, per parafrasare ancora John Belushi: “Io li odio, i nazisti dell’Alberta”.