Il mio volo sarebbe partito alle 9:20. Alle 7:30, dopo aver pagato con una tessera elettronica, ho preso la metro guidata da un software, senza conducente. In dieci minuti circa sono arrivato all’aeroporto, ho tirato fuori dalla tasca la carta di imbarco ottenuta via internet, senza fare alcuna fila, l’ho posta su uno scanner. Il terminale mi ha chiesto quante valigie avessi e ha stampato la fascetta autoadesiva con l’indicazione della mia destinazione. L’ho attaccata alla maniglia e ho lasciato la valigia sul nastro che l’ha trasportata verso le piste. Sono andato al controllo passaporti, ma invece di mostrare il documento ad un poliziotto, ho semplicemente appoggiato i polpastrelli su una lastra di vetro. La mia identità è stata confermata dalle impronte digitali, mentre una telecamera riprendeva il mio volto. Il primo essere umano con cui ho interagito è stato l’addetto alla “radiografia” del bagaglio a mano, perché si ritiene (forse erroneamente) che l’esame di una persona addestrata sia più rigoroso e comunque se si avesse un sospetto ci vorrebbe qualcuno che apra la valigia ed eventualmente proceda all’arresto.

La crisi impone drastiche riduzioni di inefficienze quindi mansioni anche complesse vengono affidate ai computer. A questa sostituzione si aggiunge il processo di trasferimento delle produzioni ad alta intensità di lavoro manuale. In definitiva tutto ciò che è standardizzabile (a partire dalla produzione in serie) sarà fatto da computer o da robot e tutto ciò che non richiede competenze sofisticate, o presenza in loco, verrà “delocalizzato” dove i salari risulteranno inferiori (non in livello assoluto, ma in rapporto alla produttività).

Il mondo del lavoro nei paesi avanzati (o che diventeranno tali nei prossimi anni) si polarizzerà verso due estremi: da una parte le professioni “creative”, vale a dire quelle che forniscono servizi ogni volta diversi e quindi difficili da affidare ad un software; dall’altra i lavori, per lo più manuali, ma non standardizzabili (almeno per il momento) e non delocalizzabili, tipo elettricisti, idraulici, infermieri, parrucchieri, badanti. Le occupazioni intermedie andranno gradualmente sparendo come è successo per le dattilografe.

Gli esempi sono già numerosi, i biglietti per treni ed aerei oggi si comprano su internet, i libri su Amazon, i laboratori di sviluppo fotografico non esistono quasi più, in alcuni ristoranti di Tokio i camerieri sono carrelli robot (gli ordini si inviano attraverso un menu-terminale), i centralinisti sopravvivono solo nei ministeri, costa meno comprare un televisore nuovo che ripararlo. Ma in un futuro non troppo lontano può darsi che i medici di base saranno sostituiti da un software di intelligenza artificiale, i chirurghi potranno operare a distanza, magari dall’India (già oggi costa meno andare dal dentista in Ungheria o nelle Filippine viaggio incluso), gli avvocati interverrano nei processi in video conferenza dalla Moldova, i libri contabili saranno tenuti in Argentina, il personal trainer ci impartirà le istruzioni sullo smartphone dal Sud Africa. Appena si diffonderà la firma elettronica i postini non avranno ragione di esistere se non per i pacchi e per gli eccentrici che si ostinano a spedire gli auguri a Natale; i commandos già si trovano a competere con i droni, che sostituiranno in parte anche i poliziotti; bibliotecari e archivisti stanno arrendendosi senza condizioni a Google.

In questa polarizzazione l’Italia si trova in una situazione insostenibile. Essendo troppo arretrata nelle infrastrutture, disorganizzata, burocratica, caotica e senza risorse per la ricerca, non riesce a competere nella tecnologia e nell’innovazione con i primi della classe. Quindi scivola verso i settori dove i paesi emergenti hanno un vantaggio comparato grazie al livello dei salari più bassi. Si liquida la faccenda attribuendo la colpa al capitale finanziario che si sposta rapidamente da un continente all’altro, ma qui stiamo parlando di fabbriche che non si spostano altrettanto facilmente. E, detto per inciso, il capitale finanziario si muove esattamente nella direzione opposta a quella che la vulgata indica. È la Cina (e altri paesi emergenti) a spostare trilioni di dollari nei paesi sviluppati, non viceversa.

Il sistema Italia è ingessato da decenni, ma con la crisi finanziaria la situazione sta per precipitare. Rimangono pochi anni al massimo. Marchionne (che comunque porterà in America quel che resta delle eccellenze in Fiat) è una mera manifestazione del problema. Rappresenta una delle due alternative: sfruttare quanto più possibile gli impianti e i lavoratori (magari precari) per rimanere a galla. L’altra strada sarebbe quella di recuperare il terreno perso nella ricerca e nell’innovazione, rilanciare la produttività complessiva con nuove infrastrutture e lanciare università di eccellenza, non gli attuali esamifici che sfornano aspiranti burocrati, insegnanti precari, scienziati della comunicazione frustrati e Mariestelle da Catanzaro.