Stanno per concludersi a Mosca, proprio in queste ore, i Campionati Mondiali di Pattinaggio di Figura. Campionati dal valore particolarmente simbolico. Erano previsti per la fine di marzo a Tokio, ma a causa del disastro accaduto in Giappone, sono stati prima sospesi e poi posticipati di un mese. Sono campionati simbolici anche per una seconda ragione. Perché in Giappone il pattinaggio artistico sul ghiaccio è uno sport di grande rilevanza nazionale. I pattinatori giapponesi, tutti di ottimo livello e con diversi titoli internazionali nel loro carniere, in patria sono delle vere e proprie star, che incassano milioni di euro tra pubblicità e sponsor, e sono ospiti fissi in televisione. Insomma, la loro partecipazione a Mosca portava con sé la responsabilità di dover pattinare non solo per loro stessi, ma anche per il proprio popolo, piegato dall’immane tragedia del terremoto, dello tsunami e dell’incidente di Fukushima.

La competizione si prefigurava accesa soprattutto nel singolo femminile e maschile, dove il Giappone schierava i due campioni del mondo in carica, Mao Asada e Daisuke Takahashi. Enormi erano le speranze di veder riconfermati i loro titoli, donando ai moltissimi tifosi giapponesi almeno un istante di gioia e magari un sorriso. Ma, come si dice nel gergo del pattinaggio, la gara è sempre la gara. Con le emozioni, le sorprese e anche gli imprevisti. Niente, o quasi, è andato secondo le aspettative.

I primi a scendere sul ghiaccio della Megarena di Mosca sono stati gli uomini. La gara (per chi non si intendesse di pattinaggio artistico che dalle nostri parti, purtroppo, è considerato ancora uno sport minore) si articola di due segmenti: lo short program o programma corto (con elementi obbligatori e della durata di circa tre minuti) e il free program o programma lungo (con maggiore libertà nella scelta degli elementi e della durata di circa quattro minuti). Dopo lo short program gli atleti giapponesi erano rispettivamente secondo, terzo e sesto; un ottimo esordio. Nonostante questo, da registrare la toccante conferenza stampa di Takahiko Kozuka, l’atleta classificatosi sesto dopo il primo round, che si è dichiarato “mortificato” per aver commesso degli errori e si è pubblicamente scusato di fronte al suo popolo. I pronostici sembravano comunque più che positivi e le speranze di andare a medaglia quasi una certezza. Ma poi arriva la gara, come si diceva, con il suo corredo di assurdità.

Nobunari Oda, il secondo classificato provvisorio, compie un banale errore strategico, ripete una volta di troppo un salto triplo e viene fortemente penalizzato dal pannello tecnico; scivola dal secondo posto fuori dal podio. Tutte le attese sono ora per Daisuke Takahashi, il campione del mondo in carica e terzo dopo lo short programm. Anche qui, però, il destino gioca subito un tiro sinistro. Ad appena trenta secondi dall’inizio del programma, mentre Daisuke sta puntando per staccare il salto quadruplo, salta una vite e la lama del suo pattino si stacca. L’altleta deve fermarsi, correre fuori dalla pista e cercare di ripare al guasto tecnico in due minuti (cronometrati, tanto concede il regolamento). Lo straordinario e organizzatissimo team giapponese riesce ad aggiustare il pattino, Daisuke può riprendere il suo esercizio ma l’esito è ormai compromesso. Anche lui è fuori dal podio. Non resta che Takahiko Kozuka, attualmente sesto nella classifica provvisoria, che deve tentare l’impresa quasi impossibile di scalare almeno tre posizioni. Evento che si verifica raramente dato che, a quei livelli, gli atleti hanno tutti notevoli capacità tecniche e artistiche. Ma il giovane giapponese, che si era detto mortificato e si era scusato davanti alla nazione, compie il miracolo. Con un programma libero praticamente perfetto, in cui presenta un quadruplo toe-loop e due tripli axel, riesce a vincere la medaglia d’argento. E a regalare il primo sorriso ai tifosi giapponesi.

Ancora meglio la competizione femminile dove, a parte la delusione per la perfomance tesa e imperfetta di Mao Aasada (solo sesta al termine della gara), è proprio una giapponese a conquistare la medaglia d’oro. Miki Ando, che aveva già incantato la platea con uno struggente short program sulle note di “The mission” di Ennio Moricone, strappa il primo posto addirittura alla campionessa olimpica in carica, la coreana Yu-na Kim. Soddisfazioni anche per l’Italia, che arriva alla medaglia di bronzo grazie alla splendida prova di Carolina Kostner. Ma sono soprattutto gli occhi di Miki Ando a emozionare tutti i presenti, sia alla Megarena sia a casa. La neo campionessa del mondo, con uno sguardo che non riesce a essere fino in fondo felice, ringrazia il pubblico per il supporto ricevuto e mostra alle telecamere la scritta che tutto il team giapponese porta cucita addosso: “Rebirth Japan”: la rinascita del Giappone.

Da Mosca, loro, i giovani atleti giapponesi, orgoglio e gioia di un paese intero, hanno lottato e vinto. Per un mese, hanno continuato in silenzio ad allenarsi, nonostante la morte e la distruzione che li cirondava. Perché sentivano di dover mantener fede alla promessa fatta: donare, per un istante almeno, un sorriso ai loro compatrioti. Perché sapevano che tutto il Giappone li avrebbe guardati. Avrebbe guardato alla loro dignità, alla loro umiltà, alla loro forza di carattere come a un esempio. Come a un piccolo passo verso un nuovo futuro.

Lo short program di Miki Ando

Il free program di Takahiko Kozuka