Qualche giorno fa, mentre sfogliavo una rivista di moda, mi sono imbattuta in un editoriale che sosteneva il ritorno dei colori fauvisti nelle collezioni di alta moda per la primavera-estate 2011. A osservare bene le foto delle pubblicità non ho fatto a meno di notare, infatti, giovani modelle vestite di colori molto accesi e contrastanti.

Anche se il paragone è audace, vi sono varie teorie che considerano la moda come un riflesso della società e della situazione storico-politica di un paese e non come la sola espressione frivola di un ristretto e potente gruppo di creativi.

Se ci fermiamo per un attimo a pensare, infatti, la moda è un’espressione visiva veloce e potente e come tale andrebbe, azzardando, considerata alla stregua dell’arte pittorica o fotografica.

Un abito è un colpo d’occhio, un impatto visivo immediato e potente che racchiude un codice preciso, una riproduzione di un pensiero, di un’appartenenza, di una serie importante di categorie sociali e culturali.

Se realmente la moda rappresentasse la situazione politica e storica di un intero paese o ne assorbisse anche solo le tendenze, il periodo che stiamo vivendo troverebbe alcune analogie con i primi anni del Novecento, quando il movimento fauvista si è costituito. Un momento in cui l’Europa necessitava di ridisegnare i confini e le egenomie politico-economiche alle soglie della Prima Guerra Mondiale.

I Fauves, attraverso l’espressione, tentavano di imprimere all’immagine pittorica le loro sensazioni, gli stati d’animo, la loro visione del mondo attraverso uno scambio con la situazione sociale che stavano vivendo. Il dipinto non mostrava così la realtà in quanto tale, ma una realtà mediata dalla loro coscienza.

Se così fosse, il messaggio che la moda ci sta inviando è quello dell’esistenza di un movimento sottile di cambiamento e di trasformazione, di tumulto. La volontà di imprimere attraverso nuovi modelli culturali, una svolta.

Una svolta che forse si sta già avviando, attraverso nuovi modelli e nuovi mezzi, attraverso l’urlo che si sta espandendo nel pianeta in bocca o, per meglio dire, nelle mani di milioni di giovani che cercano di urlare la disperazione strisciante di una generazione perduta attraverso i canali del web. Una generazione, la nostra, che per la prima volta nella storia fa fatica a realizzare un reale miglioramento economico o culturale rispetto ai propri genitori. Una generazione di laureati che non può costruirsi un futuro perché i posti di lavoro sono pochi, perché i contratti precari, perché l’occidente destina sempre meno fondi per la ricerca e la cultura, perché il potere resta in mano ad una setta di oligarchi che governano paesi che invecchiano con loro.

Attraverso strumenti come twitter, facebook e i blog di ragazzi che lanciano nel mondo i loro messaggi, si cerca di proporre soluzioni e realizzare cambiamenti per smantellare un universo di credi e mitizzazioni politiche, sociali e religiose che fanno ormai parte di un mondo in cui non riusciamo a riconoscerci completamente.

Alle tendenze riformiste però, ai movimenti oppositivi, si alterna sempre l’opposto: la ricerca di un’isola felice, la volontà di aggrapparsi a qualcosa di placido e rassicurante sino ad arrivare al rifugio sicuro del comodo camaleontismo.

Ancora una volta la moda ci offre lo specchio di questa tendenza. Oggi come allora, quando il movimento fauvista si opponeva alla leggerezza e all’edonismo art nouveau, nella moda troviamo l’antitesi ai colori fauve nelle stampe leggere ed eteree di motivi floreali su tessuti di sete e organze; fluttuanti metafore di fughe mentali e spirituali.

Forse allora, l’illusione dell’artistico non è solo la rappresentazione della realtà o del suo analogo, ma l’unico strumento per poterla comprendere appieno e ridisegnare dal fondo.

Credo che mio zio Pietro avesse ragione quando sosteneva l’importanza di una frase tratta dalla quarta di copertina dell’album In Praise of learning dell’allora per me sconosciuto Henry Cow. Quella frase che allora non riuscivo ad afferrare del tutto la capisco appieno solo oggi.

Henry Cow e mio zio erano d’accordo: l’arte (la moda?) non è solo uno specchio, ma è un martello.