Chiamare le cose con il proprio nome è condizione essenziale per non imbrogliare se stessi e gli altri.

In Libia è in corso una guerra, una guerra civile con l’intervento straniero (sui retroscena vedi l’intervista a Lucio Caracciolo).

La risoluzione n. 1973 del Consiglio di sicurezza, che ha autorizzato la no-fly zone e l’intervento militare a difesa dei civili, presentava già in sé vari dubbi di legittimità, dato che qualificava come minaccia alla pace internazionale una situazione di evidente portata interna, in contrasto con l’art. 2, para. 7, della Carta delle Nazioni Unite.

Ma la risoluzione in questione è stata poi violata dagli stessi Stati che ne avevano promosso l’adesione, i quali, lungi dal limitarsi a difendere i civili, sono intervenuti nel conflitto a fianco di una delle due parti.

Non è che i civili colpiti dai bombardamenti della NATO valgano meno di quelli colpiti dai razzi di Gheddafi. L’unica via di uscita, come ho scritto in questo blog il 12 aprile, è il cessate il fuoco, l’apertura di corridori umanitari e l’inizio di un negoziato politico sotto gli auspici dell’organizzazione regionale competente, che è l’Unione africana.

Nei fatti, tuttavia, si va nella direzione opposta. Le organizzazioni umanitarie, come Emergency, devono abbandonare il Paese l’intervento straniero si intensifica e si estende e sta cominciando, con l’invio di “istruttori” (anche in Vietnam cominciò così) quello di terra, d’altronde necessario per vincere una guerra che non è possibile vincere dal cielo.

La guerra ha una sua logica che sfugge alla politica e al diritto.

Napolitano ha torto. La partecipazione italiana a questa guerra, anche con le bombe ora, viola l’art. 11 della Costituzione, che sancisce in modo chiaro ed esplicito il ripudio della guerra. Leggere la seconda parte di questa disposizione per eludere questo principio fondamentale è impossibile se si applicano i criteri elementari della logica giuridica e della logica tout-court.

D’altronde la risoluzione n. 1973 non obbliga gli Stati ad intervenire ma si limita ad autorizzarne l’intervento allo scopo di difendere i civili. Né obblighi di intervenire possono essere desunti dall’appartenenza dell’Italia alla  NATO. Sarebbe stato pertanto più saggio astenersi dal partecipare in ogni modo a questa a guerra anche in considerazione del passato coloniale dell’Italia.

Solo il primo giorno di guerra è costato circa cento milioni di dollari. Con la somma necessaria a pagare un mese di guerra dell’Italia, circa cento milioni di euro, potrebbero essere pagati quattromila insegnanti per un anno (v. Dinucci, ne Il Manifesto di oggi 28 aprile 2011).

Ma così, alle spalle dei contribuenti e naturalmente dei civili libici che saranno le vittime collaterali dei chirurgici missiletti di La Russa, Bersani e co., i governanti italiani potranno sfogare senza remore la loro atavica vocazione alla subalternità nei confronti altrui: fino a poche settimane fa servi di Gheddafi, oggi servi di Sarkozy, da almeno cinquant’anni servi fedeli e sciocchi della NATO e degli Stati Uniti.

Alla faccia della Costituzione e del popolo italiano, che nella sua grande maggioranza è contrario a questa guerra. Ma ovviamente nessuno chiederà il suo parere, così come questo governo cerca in tutti i modi di evitare di acquisirlo su questioni fondamentali come l’acqua pubblica e il nucleare….