Silvio BerlusconiSono partito dalle rivoluzioni nel Mediterraneo, un argomento su cui ci sarebbe molto da dire e su cui altri, più preparati, hanno scritto e scriveranno meglio di quanto potrei fare io. Ciò che mi interessava, però, era fare un bel cerchio rosso attorno a un’altra cosa, che è essa stessa una rivoluzione. Una rivoluzione che prima di essere politica o economica, è sociale e culturale.

Quel qualcosa è difficile da definire, ma facile da individuare. Andrea Vitullo, nel suo saggio Leadershit – Rottamare la mistica della leadership e farci spazio nel mondo, lo ha definito con un gioco di parole – appunto – leadershit. Una definizione che può apparire provocatoria (e forse un tantino lo è) ma che ha il pregio di chiarire da subito quello che l’autore pensa del vecchio modo di essere leader: cacca.

La leadershit, scrive in sostanza Vitullo, è un atteggiamento che rifiuta la mistica verticistica, titanica e decisionista, tutta intrisa di narcisismo appiccicoso, a favore di un nuovo modo di organizzare il sapere e (quindi) il potere. Basta col modello leader/follower, basta col ghe pensi mi: è ora di pensarci da noi, assumendocene piena responsabilità e impegnandoci in prima persona (e sono d’accordo con quanti hanno rivendicato questo atteggiamento al movimento Cinque Stelle e ben farebbero, le altre forze politiche, a studiare queste nuove modalità partecipative senza liquidarle frettolosamente come antipolitica).

Ma questo atteggiamento, questo modo di guardare il mondo, non nasce da una decisione arbitraria. Nasce dall’osservazione di un fenomeno in atto, progressivamente, da molti anni.

Ci avete fatto caso che, oltre alle mezze stagioni, non ci sono più i leader di una volta? In quante occasioni avete sentito ripetere che dalle università o dai partiti non esce più una buona classe dirigente? Avete notato che in certe forze, come il Pd, bruciano un leader a ogni tornata elettorale (e in Italia, tra comunali, provinciali, regionali, europee e politiche abbiamo almeno una elezione all’anno)? Ci avete mai pensato al perché?

Potremmo rispondere facilmente: perché sono inetti. Ok, ma perché sono inetti?

Non sarà perché il mondo è cambiato talmente in fretta che era oggettivamente difficile, per uomini e donne cresciuti ancora col Carosello, essere dentro questa mutazione? Non sarà che internet, i blog, youtube, i social network, i telefonini hanno cambiato non solo il modo di comunicare, ma la stessa idea di noi stessi nel mondo? Non sarà che tutto ciò che non è interattivo (ovvero biunivoco e partecipativo) ci appare vecchio, superato, poco interessante? Non sarà che, pertanto, non vogliamo né possiamo più essere dei semplici follower?

E non sarà che, senza follower, la vecchia idea di leadership finisce per essere terribilmente inadeguata ai nostri tempi?