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Manifesto, in bilico da 40 anniMa sempre comunisti

Il 28 aprile 1971 la prima copia del quotidiano. Tra i talenti sfornati Lucia Annunziata. Corradino Mineo, Gad Lerner e Sandro Ruotolo. Il fondatore Valentino Parlato: "Il Manifesto è più vecchio di Repubblica, non ha mai avuto dietro un padrone né un partito, e soprattutto non ha mai cambiato faccia”

“Era il 25 aprile del 1994. Davanti la stazione di Milano c’era Bossi, e io gli ho chiesto al volo: ma perché non molli Berlusconi? A dicembre lo fece, e cadde il governo. Fu l’unica volta in cui la Lega lasciò solo il Cavaliere. Adesso quasi quasi glielo domando al Senatur se ci rifà ‘sta cortesia”.

Chiedere a Valentino Parlato com’è festeggiare i primi quarant’anni del Manifesto è un’impresa storica. Nomi, storie e ribaltamenti epocali scandiscono i giorni vissuti pagina dopo pagina dal quel tremebondo 28 aprile 1971, quando uscì la prima copia del giornale quotidiano (già partito come periodico nel 1969) firmato – tra gli altri – da Lucio Magri, Rossana Rossanda, Luigi Pintor, Aldo Natoli, Luciana Castellina e Ninetta Zandegiacomi.

Tutti orgogliosamente comunisti molto di sinistra e già rompiscatole, perché su questioni fondamentali come l’invasione sovietica in Cecoslovacchia il titolo uscì chiaro e forte (“Praga è sola”). Idem per la sanzione del Pci, il cui ufficio centrale radiò Rossanda, Pintor e Natoli con l’accusa di ‘frazionismo’.
“Scrivi quello che ti pare della nostra storia, l’importante per me è dire questo – taglia corto Parlato -: il Manifesto è più vecchio di Repubblica, non ha mai avuto dietro un padrone né un partito, e soprattutto non ha mai cambiato faccia”.

Una faccia tosta, contenta di far arrabbiare i suoi stessi sostenitori. Come quella volta che Parlato confessò di aver incontrato Cuccia per chiedergli un solido aiuto finanziario.

“E certo – conferma lui, cui venne conferita anche la Cazzuola d’oro, alta onorificenza della massoneria italiana –. A dir la verità con Cuccia ho parlato tante volte. Conversazioni gradevoli, spiritose. Non mi diede mai una lira, ma poi con le banche mi sono giocato quel rapporto. Perché oggi i conti vanno malissimo, ma la verità è che sono sempre andati male”.

Il Manifesto è nato così: stesso stipendio per tutti, dal direttore al grafico. Soldi in cassa pochi, talenti sfornati tantissimi.

E poi generosamente ceduti a tutta l’editoria italiana: Corradino Mineo, Riccardo Barenghi, Lucia Annunziata, Gad Lerner, Mauro Paissan, Giorgio Casadio, Sandro Ruotolo, Stefano Menichini, Gianluca Nuzzi, Carmine Fotia, Pierluigi Sullo, Stefano Benni.

Ma anche qui il compagno presidente – della cooperativa editrice – non si lascia irretire dai cliché sinistrorsi: “Gianni Riotta era molto bravo, e quando un giornalista impara a guidare poi va dove vuole. Franco Frattini bazzicava qui dagli anni ‘70 agli ‘80. Abbiamo sempre dato spazio a tutti, se le idee erano buone. Per esempio mi ricordo i pezzi sull’economia di Giulio Tremonti: non erano male, anzi. Parlava già all’epoca di tasse troppo alte, di burocrazia da tagliare, e aveva ragione.

Ma ormai è da tanto tempo che non ci sentiamo”. Peccato. Perché i tagli all’editoria e il risparmio violento sulla cultura che non produce reddito sono la perenne spada di damocle sul futuro di un giornale le cui vendite oscillano sotto le ventimila copie, mentre i debiti continuano a salire.
“Tra sottoscrizioni e campagne straordinarie d’abbonamento abbiamo raccolto 850 mila euro, ma ci vorrebbe qualche milione per rimetterci davvero in sesto” confessa Parlato.

Norma Rangeri, che dirige la testata ormai da un anno, ha deciso il rilancio partendo da una nuova grafica e riorganizzazione delle pagine per concentrare le energie sui temi forti: “Più spazio all’inchiesta, agli approfondimenti, alla ricerca culturale e al dibattito politico della sinistra” come dice la nota celebrativa diffusa insieme alla t-shirt in edizione unica (a 15 euro per i collezionisti).

Insomma oggi è festa, in edicola il giornale costa solo 50 centesimi e tira 120 mila copie per gridare a tutti la voglia di andare avanti. “La verità? Sono parecchio stanco, ma per niente stufo di fare questo giornale” chiude Parlato, 80 anni compiuti a febbraio, nato a Tripoli e dichiarato ammiratore del Gheddafi prima maniera.

“Quello del libretto verde – precisa –, uno dei pochi leader politici che ha creduto nella democrazia partecipata. Quella per cui continueremo a lottare anche qui, nell’Italia che magari cambia ma non migliora mai”.