Silvio Berlusconi e Roberto Calderoli. Sullo stesso aereo, di ritorno dai funerali dell’imprenditore Ferrero. Davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato si erano intanto consumate in giornata spaccature e contrapposizioni all’interno della maggioranza. Motivo del contendere ancora la decisione italiana di partecipare ai raid aerei in Libia, che ha fatto infuriare la Lega. Secondo fonti del Pdl, tra i due in aereo ci sarebbe stato un colloquio “franco e schietto, per dirla con un eufemismo”. Le dichiarazioni di Marco Reguzzoni, capogruppo del Carroccio alla Camera, sembravano distendere i rapporti. Ma subito dopo sono arrivati i duri commenti del ministro dell’Interno, Roberto Maroni: “Berlusconi ha sbagliato, doveva consultarci”.

Il premier, sempre secondo le fonti interne al Pdl, si sarebbe irritato. Una spaccatura, proprio adesso, non ci voleva. E avrebbe cercato di far capire a Calderoli le ragioni di una scelta che viene definita dal suo entourage “difficile e sofferta, ma inevitabile”. Una scelta, avrebbe sottolineato il presidente, della quale si è parlato anche nell’incontro con il presidente francese Nicolas Sarkozy, a cui anche Maroni era presente. Ma non sarebbe intervenuto. Il ministro per la Semplificazione, però, sarebbe stato irremovibile: la Lega è e resta contraria ai bombardamenti. E, come ha dichiarato Maroni oggi, vede “inevitabile” un voto in Parlamento. Cosa che preoccuperebbe non poco il premier. Pronto a una controproposta: arrivare con una mozione unitaria, insieme al Pdl, più morbida e possibilista.

E se c’è chi, nel Pdl, teme un affondo del leader leghista, Umberto Bossi, Berlusconi continua a mostrarsi fiducioso su tutta la linea. Un voto parlamentare sulla Libia? “Non so, vedremo ma non ci fa paura assolutamente”. E comunque “non sono affatto preoccupato per quanto riguarda i lavori di coalizione e di governo”. Così il premier lasciando la cena di compleanno di una deputata del Pdl, Melania Rizzoli, ha risposto a chi gli chiedeva a proposito delle tesioni con la Lega. Con la Lega si risolverà tutto? “Si, certo”, ha risposto il Cavaliere. Quando vi vedrete con Bossi? “Ad horas ci vediamo presto, anche se non ci siamo ancora collegati per l’appuntamento, ma ci vedremo di sicuro”. Ma queste fibrillazioni…? “Non aumentiamo le cose – interrompe il premier – non c’è nulla da aumentare: ci possono essere a volte delle posizioni diverse su un certo problema, ma questo non significa che si possa inficiare quello che è l’accordo generale”. Insomma il governo va avanti? “Questo non è nemmeno da mettere in discussione”, risponde Berlusconi. Quanto all’ipotesi che via sia un voto parlamentare, il Cavaliere risponde: “non so, vedremo, ma non ci fa paura assolutamente” E aggiunge: “Non fatemi dire cose che non voglio dire posso dirvi qual è il mio stato d’animo: non sono affatto preoccupato per quanto riguarda i lavori di coalizione e di governo”.

La sua idea, racconta chi gli è vicino, è che l’Italia non può correre il rischio di rimanere isolata, anche e soprattutto in una prospettiva di rapporti economici e commerciali post-Gheddafi. E confida di poter convincerne l’alleato. Che, secondo parte del Pdl, sulla Libia avrebbe avuto una reazione sanguigna per marcare la distanza dal Pdl considerato il periodo di campagna elettorale. Tutto vecchio, insomma, nessuna spaccatura reale. Ma nel partito c’è anche chi teme che a questa rottura corrisponda un avvicinamento ulteriore tra la stessa Lega Nord e il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Che avrebbe appunto richiamato il premier: per la missione in Libia non ci sono soldi e si sarà costretti ad aumentare le accise sulla benzina. Insomma, la causa delle tensioni sarebbe proprio il superministro, sempre più inviso al presidente del Consiglio. Sarebbe stato lui, avrebbe detto il premier, ad “aizzare” la Lega, scontento per la futura nomina di Draghi alla Bce e per la probabile “francesizzazione” della Parmalat, sfuggita ai meccanismi di protezione del malconcio capitalismo nostrano.

Come se non bastasse, sempre alcune fonti interne al Pdl, raccontano di malumori sempre più diffusi nella maggioranza: forse Bossi ha ragione, la decisione andava presa tutti insieme. Sembra essere questo il pensiero dilagante. Lo stesso Maroni lo aveva sottolineato oggi: “Non si può chiedere alla Lega di dire sempre sì, noi non siamo lì a schiacciare il pulsantino, siamo partner di governo”. A questo si aggiungerebbero le lamentele di altri esponenti della maggioranza sull’”eccessivo interventismo di La Russa”. Segnali di spaccature, “ma noi non siamo il governo Prodi”, avrebbe detto Berlusconi ai suoi.

E se anche si archiviasse il capitolo Lega, dicono dall’entourage del premier, resterebbe il problema Responsabili. Nel Consiglio dei ministri rimandato oggi dovrebbero ottenere sette od otto nomine, che adesso si allontanano. Almeno fino alla prossima settimana, per quando è previsto il Cdm. “Non aspettiamo oltre – avrebbe detto uno dei deputati in odore di promozione – questo tira e molla inizia ad assumere il sapore di una presa in giro…”. Berlusconi ha rassicurato tutti, ma tra i Responsabili girerebbe voce di trombature. Francesco Pionati – fino ad oggi indicato come possibile sottosegretario alle Comunicazioni – non comparirebbe nella rosa di nomi in mano al coordinatore del Pdl, Denis Verdini. Tra i candidati alle diverse poltrone, invece, Calearo, Cesario, Belcastro, Polidori, Misiti, e Melchiorre. Forse due posti potrebbero anche toccare ai due ex Fli, Bellotti e Rosso.